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Home » Film » Recensioni film » Un bon petit soldat: quando essere sempre all’altezza diventa una condanna

Un bon petit soldat: quando essere sempre all’altezza diventa una condanna

Un bon petit soldat porta a Venezia 83 una satira cinica sul lavoro e sulla performance, con una splendida Alba Rohrwacher.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini9 Settembre 2026
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Una scena di Un bon petit soldat.
Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures
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Con Un bon petit soldat, in concorso a Venezia 83, Stéphane Brizé torna a raccontare il mondo del lavoro, questa volta attraverso una commedia amara che fa ridere proprio quando dovrebbe metterci a disagio. Al centro c’è Carla, interpretata da una straordinaria Alba Rohrwacher: una dirigente delle Risorse Umane che cerca disperatamente di essere all’altezza del proprio ruolo mentre il lavoro invade ogni spazio della sua vita. Il risultato è un film intelligente e cinico, capace di trasformare le assurdità del linguaggio e delle dinamiche aziendali in uno specchio nel quale, purtroppo, è fin troppo facile riconoscersi.

Un caso di mobbing

Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures
Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures

Carla (Alba Rohrwacher) ha 43 anni, una carriera brillante e un nuovo incarico come responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda. Il suo compito è delicato: garantire il benessere dei dipendenti senza perdere di vista gli obiettivi e le performance richieste dalla direzione. Quando viene chiamata a occuparsi di un caso di management tossico, però, quella conciliazione diventa sempre più difficile. Carla cerca inizialmente di muoversi all’interno delle regole che conosce, convinta che ogni problema possa essere gestito con sufficiente professionalità. Più approfondisce la situazione, più si rende conto che il sistema che dovrebbe tutelare le persone è lo stesso che pretende da loro risultati a qualsiasi costo.

Nel frattempo, anche la sua vita privata comincia a presentarle il conto. Il rapporto con il figlio si fa sempre più complicato e Carla si ritrova schiacciata tra due ruoli nei quali ha la sensazione di non fare mai abbastanza: quello della dirigente e quello della madre.

Si ride, fino a quando non ci si riconosce

Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures
Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures

La cosa più riuscita di Un bon petit soldat è il modo in cui Stéphane Brizé utilizza la commedia per raccontare qualcosa di profondamente sgradevole. Riunioni, valutazioni, discorsi sulla performance e formule apparentemente attente al benessere delle persone vengono progressivamente spinte verso il paradosso. E si ride. Il problema è che, subito dopo, ci si accorge di aver riso di qualcosa che non sembra poi così distante dalla realtà.

Guardate dall’esterno, certe dinamiche lavorative appaiono assurde: persone costrette a dimostrare continuamente il proprio valore, fragilità trasformate in difetti da correggere, richieste irragionevoli presentate come normali esigenze professionali. Eppure sono meccanismi che, in forme più o meno evidenti, siamo spesso abituati ad accettare. Brizé porta volutamente questo mondo verso il grottesco e in alcuni momenti lo fa forse persino troppo. Alcune dinamiche aziendali risultano talmente esasperate da perdere un po’ di quella credibilità che rende più efficace la satira. Ma la domanda che rimane è interessante proprio perché riguarda anche chi guarda: quante cose ci sembrano ridicole quando le vediamo sullo schermo e perfettamente normali quando accadono nella nostra quotidianità?

Carla, tra carriera e il ruolo di madre

Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures
Una scena di Un bon petit soldat. Fonte: I Wonder Pictures

Il film, però, funziona soprattutto perché non riduce Carla alla semplice dirigente complice di un sistema disumano. La segue anche nelle sue contraddizioni e nelle sue fragilità, lasciando emergere una donna che sembra vivere costantemente con la paura di non essere abbastanza. Alba Rohrwacher entra completamente nel personaggio: Carla deve mostrarsi sicura, efficiente, autorevole, mentre dentro di sé continua a dubitare della propria capacità di essere all’altezza. Ed è proprio questa insicurezza a renderla particolarmente vulnerabile alle logiche dell’azienda: più teme di fallire, più cerca di aderire perfettamente a ciò che le viene richiesto.

Il paradosso è che sul lavoro viene rimproverata proprio quando lascia emergere la propria umanità e presta troppa attenzione alle persone. A casa, invece, è il figlio a percepirla come distante, troppo impegnata e troppo severa, fino a convincersi che sua madre non gli voglia davvero bene. Carla vuole soltanto prepararlo a un mondo che considera spietato; pretende che studi e che non diventi un “fallito” perché ogni giorno vede cosa accade, nella sua azienda, a chi smette di performare. Senza rendersene conto, finisce così per portare dentro il rapporto con il figlio la stessa logica che la sta schiacciando sul lavoro.

Quando essere bravi non basta mai

È probabilmente questo il punto in cui Un bon petit soldat diventa qualcosa di più di una satira sul mondo aziendale. Carla non riesce più a separare il proprio valore dai risultati che ottiene: essere una brava lavoratrice, una brava madre, una persona capace significa continuamente dimostrarlo. E non c’è mai un momento in cui la prova possa considerarsi superata, il film racconta bene questa sensazione di insufficienza permanente. Carla corre, risponde, risolve problemi, cerca di non deludere nessuno e finisce inevitabilmente per deludere qualcuno.

Brizé costruisce così un personaggio che è contemporaneamente parte del problema e vittima dello stesso meccanismo che contribuisce a mantenere in vita. Carla può essere dura con gli altri perché prima di tutto lo è con se stessa. Ha interiorizzato così profondamente l’idea che bisogna essere forti, produttivi e all’altezza da non riuscire più a concedere la fragilità né a sé né a suo figlio. Ed è proprio questa ambiguità a renderla interessante: non abbiamo davanti né un’eroina pronta a ribellarsi né una dirigente cinica da condannare, ma una donna che cerca di sopravvivere alle regole di un gioco che ha imparato fin troppo bene.

Cosa ne pensiamo in sintesi

7.0 Cinico

Commento: Stéphane Brizé racconta le contraddizioni del lavoro contemporaneo attraverso situazioni che fanno sorridere e subito dopo mettono a disagio. Il film funziona soprattutto quando ci costringe a riconoscere come normali dinamiche che, osservate dall'esterno, appaiono completamente assurde. Al centro di tutto c'è una splendida Alba Rohrwacher, capace di restituire tanto la rigidità quanto l'insicurezza di Carla. Interessante anche il modo in cui la cultura della performance finisce per contaminare il suo rapporto con il figlio. Qualche esasperazione delle dinamiche aziendali rischia però di rendere la satira meno credibile proprio nei momenti in cui vorrebbe essere più incisiva.

Pro
  1. Alba Rohrwacher totalmente nel personaggio
  2. Satira aziendale intelligente e pungente.
Contro
  1. Alcune dinamiche lavorative risultano eccessivamente esasperate.
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
Sofia Biagini
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Bolognese classe 1988, Sofia Biagini è redattrice e Social Media Manager nonché responsabile editoriale del sito IlMeglioDiTutto.it. Con quasi 8 anni di esperienza nel campo della redazione di articoli in ottica SEO e nella gestione dei principali Social Media per conto di agenzie di comunicazione, startup e testate online, dal 2019 il suo interesse si è rivolto verso la settima arte: ha collaborato per 3 anni con Movieplayer.it e, in seguito, è entrata a far parte del network che comprende anche CinemaSerieTV.it. Sofia Biagini è anche illustratrice e fondatrice del progetto Disegni Cinici e, nel 2022, ha pubblicato un libro edito DeAgostini dal titolo “Se son rose appassiranno”.

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