Come si trasforma un ragazzo prodigio, entrato ad Harvard a soli sedici anni, in un terrorista responsabile di una campagna di attentati durata quasi vent’anni? Unabomber di Janus Metz cerca la risposta soprattutto negli anni universitari di Ted Kaczynski (interpretato da Jacob Tremblay) e negli esperimenti psicologici condotti dal professor Henry Murray, a cui presta il volto Russell Crowe. Parallelamente segue l’indagine dell’FBI che molti anni dopo porterà alla cattura dell’Unabomber.
Una struttura che promette di mettere in relazione la formazione dell’uomo e la ricerca del criminale, ma che finisce per suggerire spiegazioni troppo semplici per una vicenda che semplice non lo è mai stata…
Il ragazzo dietro a Unabomber

Nel 1958 Ted Kaczynski arriva a Harvard quando ha appena sedici anni. È un talento eccezionale per la matematica, molto più giovane dei suoi compagni e poco attrezzato per inserirsi in un ambiente nel quale la sua intelligenza non basta a colmare una profonda difficoltà nelle relazioni con gli altri.
È in questo contesto che entra nell’orbita dello psicologo Henry Murray e accetta di partecipare a una controversa ricerca: gli studenti coinvolti devono esporre le proprie convinzioni per poi vederle attaccate durante duri confronti registrati e condotti sotto forte pressione psicologica. Kaczynski partecipò realmente agli esperimenti di Murray, ed è proprio questo episodio della sua biografia ad aver attirato maggiormente l’attenzione degli sceneggiatori: le stanze chiuse, il vetro dietro cui Murray osserva gli esperimenti e la progressiva perdita di fiducia di Ted. Per un istante, è come se Unabomber riuscisse a guardare Kaczynski prima che diventasse il criminale che tutti noi conosciamo.
E la giovane età dell’attore protagonista, Jacob Tremblay, aiuta proprio a restituire la distanza tra l’intelligenza eccezionale del ragazzo e la sua evidente immaturità emotiva. Il suo Ted ha la capacità di essere arrogante, vulnerabile, irritante e spaventato nel giro di poche inquadrature. Al contrario, Russell Crowe lavora invece su un registro più controllato e rende Murray una presenza insieme rassicurante e inquietante, anche se il film finisce per attribuirgli un peso eccessivo nel percorso successivo del protagonista.
Due epoche che faticano a comunicare

Alla Harvard della fine degli anni Cinquanta si alternano gli anni Novanta e la lunga caccia all’Unabomber. Shailene Woodley interpreta Joanne Miller, agente dell’FBI impegnata a trovare una strada dentro il manifesto e gli scritti di Kaczynski. Il film prova così a far dialogare due momenti molto lontani tra loro: mentre Murray cerca di entrare nella mente del giovane Ted, decenni dopo gli investigatori cercano di ricostruire quella stessa mente attraverso le parole che ha lasciato.
L’idea sulla carta è efficace, ma la seconda linea narrativa appare fin troppo standard, con le indagini che procedono attraverso intuizioni e ostacoli burocratici come nella maggior parte dei thriller investigativi. La stessa Joanne, inoltre, possiede decisamente spessore di Ted e Murray, finendo per diventare una mera figura di accompagnamento verso una conclusione già nota. Il risultato è un film diviso in due parti che non hanno la stessa forza.
Il problema di trovare una spiegazione a Ted Kaczynski

La questione più delicata emerge quando Unabomber prova a collegare direttamente gli esperimenti di Harvard con ciò che Kaczynski sarebbe diventato. È comprensibile che un film abbia bisogno di selezionare gli eventi e costruire collegamenti narrativi, ma qui la semplificazione rischia di diventare una spiegazione.
In particolare, il film attribuisce agli anni di Harvard un’importanza che i fatti conosciuti non permettono di stabilire con altrettanta sicurezza. Anche la questione della salute mentale di Kaczynski è molto più controversa di quanto alcune scelte narrative lascino intendere. Dopo il suo arresto ricevette una diagnosi di schizofrenia paranoide, che lui rifiutò, mentre altri specialisti formularono valutazioni differenti. Raccontare le pressioni e le esperienze vissute da Kaczynski è legittimo e interessante, ma utilizzarle per costruire implicitamente l’origine dell’Unabomber significa invece avvicinarsi a un rapporto di causa ed effetto che il film non può dimostrare.
Un buon protagonista dentro un film troppo semplificato

È un peccato perché Unabomber avrebbe tra le proprie mani una questione molto più scomoda: alcune critiche di Kaczynski alla tecnologia, alla perdita di autonomia e alla concentrazione del potere non sono scomparse insieme a lui. Continuano a circolare e, in alcuni casi, hanno trovato nuovi lettori proprio nell’epoca digitale che lui rifiutava. Il problema interessante sarebbe allora capire come idee capaci di intercettare paure reali possano convivere con la scelta deliberata della violenza.
Il film preferisce però concentrarsi sull’origine psicologica del personaggio e finisce per dedicare meno attenzione proprio a questa contraddizione. E, quando utilizza immagini e registrazioni del vero Kaczynski nel finale, la distanza tra la complessità dell’uomo reale e la spiegazione costruita nelle scene precedenti diventa ancora più evidente. A tenere insieme la narrazione rimane soprattutto Tremblay, capace di interpretare Ted senza cercare facili anticipazioni del mostro futuro.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Unabomber trova la sua parte migliore negli anni di Harvard e in un convincente Jacob Tremblay, ma perde forza quando prova a trasformare una biografia complessa in una spiegazione troppo ordinata della nascita di un terrorista.
Pro
- Jacob Tremblay offre un'interpretazione convincente del giovane Kaczynski.
- Russell Crowe funziona bene nel ruolo di Henry Murray.
Contro
- Stabilisce collegamenti troppo netti tra gli esperimenti di Harvard e la successiva radicalizzazione.
- La parte investigativa con Shailene Woodley è molto standard.
- Le due linee temporali non riescono a dialogare bene.
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Voto CinemaSerieTV
