Il film: Until Dawn – Fino all’alba, 2025. Diretto da: David F. Sandberg. Cast: Ella Rubin, Michael Cimino, Odessa A’zion, Ji-young Yoo, Belmont Cameli, Maia Mitchell, Peter Stormare. Genere: Horror, thriller. Durata: 102 minuti. Dove l’abbiamo visto: Al cinema.
Trama: Un anno dopo la misteriosa scomparsa della sorella, Clover e i suoi amici raggiungono una valle isolata per cercare risposte. Nella notte vengono attaccati da un assassino mascherato e uccisi uno dopo l’altro, solo per risvegliarsi all’inizio dello stesso giorno. Intrappolati in un loop temporale, dovranno trovare un modo per sopravvivere… fino all’alba.
A chi è consigliato? Agli amanti dell’horror psicologico e dei survival thriller, soprattutto a chi ha apprezzato il videogioco originale.
Until Dawn, diretto da David F. Sandberg, avrebbe potuto essere una delle trasposizioni videoludiche più interessanti degli ultimi anni. Tratto dall’omonimo gioco interattivo di Supermassive Games, lanciato nel 2015 per PlayStation 4, il film aveva tra le mani un concept quasi infallibile: un gruppo di adolescenti isolati in una baita di montagna, un misterioso predatore che li bracca, e una struttura narrativa influenzata dalle scelte morali dei personaggi – un chiaro omaggio postmoderno al cinema horror degli anni ’90 e 2000. Tuttavia, proprio come i protagonisti del videogioco originale, anche la pellicola prende ripetutamente la decisione sbagliata, rinunciando esattamente a ciò che la rendeva speciale.
Dopo il successo di opere come The Last of Us, Five Nights at Freddy’s e il più recente Un film Minecraft, come dicevamo Until Dawn prometteva di portare sul grande schermo un’esperienza horror capace di fondere il classico slasher adolescenziale con l’innovativa meccanica dei loop temporali. Il risultato, tuttavia, pur offrendo momenti di autentico intrattenimento, si rivela meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere.
Un loop di paura che si ripete fino all’alba

Protagonisti della storia sono l’adolescente Clover e i suoi amici, che si recano in una valle remota un anno dopo la misteriosa scomparsa della sorella della ragazza. Scopriranno però presto che ciò che li attende è un vero e proprio incubo ad occhi aperti: un killer mascherato inizia a ucciderli uno ad uno… non fosse che non sono effettivamente morti. Seguendo il moto incessabile di una clessidra, una volta sopraggiunta l’alba, per i nostri protagonisti ricomincia purtroppo la notte, in un ciclo infernale senza apparente via d’uscita: se vogliono sopravvivere, dovranno riuscire a rimanere vivi fino all’alba, oppure, diventeranno letteralmente parte della notte, creature terrificanti. L’idea, brillante sulla carta, avrebbe potuto offrire una riflessione più tagliente sul destino e sulle seconde possibilità, come in Auguri per la tua morte. Al contrario, Until Dawn si limita a giocare con questi elementi senza mai spingersi davvero oltre.
Il primo atto del film è volutamente costruito come un carosello di cliché horror: ragazzi spensierati, traumi del passato, minacce che si profilano nel buio. Il pubblico si aspetterebbe una decostruzione profonda di questi stereotipi – sulla scia di Quella casa nel bosco – ma è proprio qui che Until Dawn sembra esitare, accontentandosi di un’ironia leggera e di qualche trovata visiva senza mai abbracciare pienamente il tono da satira dissacrante che avrebbe potuto renderlo memorabile.
Un carosello di cliché horror… senza il coraggio di decostruirli

Uno dei limiti più evidenti di questa trasposizione è il trattamento riservato all’elemento più distintivo del videogioco: l’importanza del cosiddetto “effetto farfalla”, ovvero la possibilità che ogni decisione presa dal giocatore possa cambiare radicalmente l’esito della storia. Qui, al contrario, le scelte dei protagonisti appaiono quasi irrilevanti e i loop temporali, anziché aprire a infinite possibilità narrative, finiscono per accentuare una certa ripetitività di fondo.
Nella controparte videoludica, ogni scelta del giocatore influenzava il corso della storia, determinando chi sarebbe sopravvissuto, le verità venute a galla, e verso che tipo di orrore e finale si sarebbe assestata la storia. Sostanzialmente, un racconto su misura, dove ogni interazione contava: purtroppo, nel film utto questo viene completamente sacrificato. Sandberg sceglie un approccio narrativo lineare, prevedibile e insistentemente didascalico. Nulla è lasciato all’intuizione dello spettatore, ogni colpo di scena è pressochè telefonato, e i personaggi restano prigionieri dei più banali stereotipi del genere.
Misteri che si accumulano senza una vera esplosione

Anche per quanto riguarda il cast, nonostante l’impegno dei giovani protagonisti – Ella Rubin, Michael Cimino, Odessa A’zion, Ji-young Yoo e Belmont Cameli – manca quel carisma spiazzante che aveva reso iconici i personaggi del videogioco, interpretati da attori del calibro di Rami Malek e Hayden Panettiere. I nuovi interpreti sono sì funzionali alla narrazione, ma raramente riescono a elevare il film oltre la soglia del convenzionale.
A tutto questo, si aggiunge una gestione narrativa non sempre chiara: Until Dawn accumula misteri e indizi, ma spesso lascia più domande che risposte, alimentando un senso di incompiutezza. In un’opera che avrebbe potuto abbracciare il delirio, l’assurdo e persino l’autoironia più sfrenata, prevale invece un approccio più misurato e, per certi versi, troppo cauto.
Quando il fanservice non basta: gli omaggi al gioco originale

Eppure, il film non è privo di meriti. I fan più affezionati troveranno numerosi omaggi al materiale originale, come la presenza di Peter Stormare nei panni del Dottor Hill – ruolo che aveva già ricoperto nel videogioco – e piccoli dettagli disseminati qua e là, come l’orologio della cabina o la fotografia nascosta di Josh. Alcune morti sono creative e sanguinolente quanto basta da lasciare il segno, e Sandberg dimostra ancora una volta di saper orchestrare bene le sequenze di tensione e di paura visiva.
In definitiva, Until Dawn resta a metà strada tra la fedeltà e l’audacia, incapace di sfruttare fino in fondo il materiale potentissimo che aveva a disposizione. David F. Sandberg realizza un prodotto solido e godibile per il grande pubblico, ma senza quel guizzo di follia che avrebbe potuto trasformarlo in un piccolo cult. E pensare che, sulla carta, si trattava di una delle IP più semplici da adattare: la trama era praticamente già scritta, i personaggi delineati, l’estetica ben definita. Sarebbe bastato rispettarne il tono, restituirne la tensione e lasciare che le decisioni – anche solo simulate – continuassero ad avere un peso effettivo. Invece di scegliere la strada più rischiosa, quella che avrebbe reso giustizia al gioco, Sandberg e il suo team optano tuttavia per la via più facile, più sicura, più anonima. Così, quello che resta di Until Dawn non è né un grande horror, né una grande trasposizione. Solo un’occasione persa.
La recensione in breve
Until Dawn – Fino all’alba parte da un concept solido e da un materiale di base già fortissimo, ma si perde per strada, scegliendo un approccio troppo prudente e prevedibile. Pur offrendo momenti di tensione e alcuni omaggi apprezzabili al videogioco originale, il film manca del coraggio necessario a diventare qualcosa di più di un semplice horror di consumo. Intrattiene, ma senza lasciare davvero il segno: un’occasione mancata per trasformare una storia già amata in un vero cult cinematografico.
Pro
- Alcuni omaggi fedeli al videogioco originale (Peter Stormare, dettagli nascosti)
- Buona regia nelle scene di suspense e inseguimenti
- Atmosfera iniziale promettente
Contro
- Mancanza di coraggio nel reinventare o decostruire i cliché
- Il loop temporale non viene sfruttato a fondo
- Narrazione prevedibile e priva di profondità emotiva
- Voto CinemaSerieTv
