Il film: Whistle – Il richiamo della morte. Regia: Corin Hardy. Cast: Dafne Keen, Sophie Nélisse, Percy Hynes-White, Nick Frost, Ali Skovbye. Genere: Horror. Durata: 100 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema
Trama: Un gruppo di studenti del liceo emarginati dai loro compagni ritrovano un fischietto antico di epoca azteca. Sembra tutto normale, finché non scoprono che dal inquietante suono emesso una volta soffiatoci dentro si evoca la Morte, venuta per prendere le mani di coloro che l’hanno chiamata per portarle nell’Oltretomba.
A chi è consigliato? Titolo È consigliato a chi è affezionato ai film di Final Destination e vuole qualcosa di innovativo. Non è consigliato a chi non piacciono gli horror poco originali.
Ultimamente nel panorama del cinema horror sta prendendo piede una curiosità nei confronti del tema della morte. Final Destination è stato un po’ il capostipite ed è tornato con un reboot di recente, mentre i fratelli Philippou con Talk to me e Bring Her Back si sono inoltrati nel terreno del lutto, soprattutto con la prima opera che traccia un quadro di adolescenti in cerca di risposte dall’aldilà.
Ebbene, Whistle – Il richiamo della morte si può circoscrivere all’interno di questo filone. Se dalle premesse si pensava potesse essere un horror anonimo, il risultato è un potenziale franchise.
Non fischiare, non morire

Se già dal trailer e dalla sinossi c’è un senso di deja-vù, avete ragione: sfuggire alla morte è un topos che è già stato affrontato in altrettanti franchise e Whistle – Il richiamo della morte fa lo stesso. Questo perché ci troviamo di fronte ad un lungometraggio che non aggiunge niente di nuovo, dalla struttura classica nella quale un gruppo di ragazzi trova un oggetto maledetto, lo utilizzano e vengono perseguitati da una catena di sfortunati eventi.Si sfida la morte cercando di evitarla, un po’ come in Final Destination, ma con un innesto differente, perché le scene clou non avvengono per via di un effetto farfalla dove una cosa muove l’altra, ma è perlopiù una corsa contro il tempo per farsi acchiappare da essa, poiché la Morte è un personaggio vivo e presente che solo la vittima può vedere.
Morire e farlo bene

Avviene qui un incontro con l’entità che temiamo tutti e Corin Hardy, già alla guida del primo The Nun del 2018, è riuscito a gestire sequenze che potevano essere abusate. La morte assume le sembianze di come la vittima morirà una volta giunto il suo momento, dando quindi un aspetto unico in base ai protagonisti coinvolti. Alcune sequenze sono cruente, forti, mentre altre di meno, inserendo jumpscare dove servono e giocando con la tensione e dinamicità ove è possibile. Non c’è un copia e incolla della modalità, si riesce a diversificare in base alle vittime e le loro cause. Un ottimo modo per distaccarsi e dare freschezza in un franchise che, ripetiamo, nel panorama horror non si distingue per la sua storia.
Ognuno ha i propri demoni

Il cast è folto di nomi che abbiamo imparato a conoscere: Dafne Keen (Logan), Nick Frost (la trilogia del cornetto di Edgar Wright), Sophie Nélisse (Yellowjacket) e Percy Hines White (Mercoledì). Fatta eccezione per i pochi minuti di Nick Frost, tutto ruota attorno a questo gruppo di ragazzi variegato, ognuno dei quali è caratterizzato da diversi scheletri nell’armadio.
Purtroppo in un’opera dell’orrore di 100 minuti non c’è la possibilità di esplorare a fondo questi personaggi, lasciando tutto in superficie e sprecando tutto il potenziale per lasciare spazio alla storia e alla morti ben coreografate. Temi con l’inadeguatezza tra coetanei e il rifiuto del conformismo sono inseriti per inquadrare al meglio le potenziali vittime ed empatizzare con loro, ma nulla di più.
