Corrado Augias torna a far discutere con dichiarazioni taglienti sui cori cattolici e in generale sulla musica sacra in Italia. Il giornalista, scrittore e conduttore televisivo, che dall’11 gennaio terrà un ciclo di tre incontri all’Auditorium Santa Cecilia di Roma dedicati al rapporto tra musica e spiritualità, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui critica duramente lo stato della musica nelle chiese cattoliche italiane.
“Nei Paesi protestanti c’è la pratica della coralità, che noi non abbiamo. I cori cattolici sono delle lagne tremende“, ha dichiarato senza mezzi termini Augias al Corriere. Secondo il giornalista, la scelta della Chiesa di modernizzare la liturgia attraverso strumenti come la chitarra si sarebbe rivelata un errore: “Al Vaticano sembrava si avvicinasse la gente alla fede con i giovanotti muniti di chitarra, secondo una presunta modernità. Ma è stato un passo indietro”.
Non è la prima volta che Augias affronta il tema con toni polemici. In una precedente intervista aveva parlato di “parodia del festival di Sanremo” riferendosi alle esecuzioni musicali durante le messe:
“Quando senti il gregoriano, quando senti i cardinali intonare il Veni creator spiritus, senti di stare davanti a qualcosa che ti trascende. Quando c’è quello con la chitarra pare una parodia del festival di Sanremo”.
Secondo Corrado Augiasi, il sacro necessita di una dimensione trascendente che solo la musica sacra tradizionale può garantire. “Il sacro va avvicinato col sacro, devi sentire che stai varcando una soglia e vai in un’altra dimensione”, ha spiegato. Secondo lo scrittore, la riforma liturgica che ha introdotto forme musicali più popolari per riavvicinare i fedeli alla Chiesa avrebbe tradito l’essenza stessa della spiritualità.
Durante l’intervista, Augias ha anche sottolineato come la musica non sia considerata una priorità in Italia, nonostante il Paese abbia una tradizione musicale straordinaria. “Io apprezzo la campagna di Riccardo Muti per una maggiore diffusione musicale, a partire dalla musica corale, però bisognerebbe impegnarsi nella pratica, non solo nel dire come vanno male le cose ma cercare di farle andare meglio, e la sua benemerita orchestra giovanile non basta”, ha affermato.
Il giornalista 90enne ha individuato le radici del problema nel pensiero filosofico italiano del Novecento:
“Le colpe nascono prima, con Giovanni Gentile e Benedetto Croce, a cui poco importava della musica, tradendo una tradizione, che nel caso di Croce è più grave, se pensiamo all’importanza della Scuola napoletana, quando Napoli era capitale della musica”.
Augias ha anche raccontato di aver ospitato in televisione cardinali che “anche su questioni di teologia e non solo di musica, non sapevano come andare avanti, in fondo allo studio mi facevano segno di finirla lì“. Una testimonianza che secondo lui rivela il basso livello di acculturazione anche ai vertici ecclesiastici.
Il ciclo di incontri Musica e Spiritualità che Augias terrà insieme al direttore d’orchestra e pianista Aurelio Canonici si articolerà in tre appuntamenti. L’11 gennaio “Cantare Dio” esplorerà opere dal Barocco al Novecento, da Pergolesi a Mahler. L’8 febbraio “La musica e l’eterno” affronterà la dimensione dell’eternità attraverso Beethoven, Wagner e il Parsifal. Il 26 aprile “Il grande teatro della morte” metterà a confronto i Requiem di Mozart, Verdi, Brahms e Fauré.
“Vogliamo raccontare in che modo la musica ha raccontato il sacro: una galoppata dal canto gregoriano fino ai giorni nostri. E poi parleremo dalla musica euro-americana a quella sudamericana e afro-americana”, ha spiegato Augias presentando il programma.
Dichiaratamente ateo, Augias ha chiarito la sua posizione sulla spiritualità: “Ateo non vuol dire privo di spiritualità. E non c’entra con l’aderire a una religione, ma sentire un afflato, un empito con quelle entità con cui devo percorrere questi pochi anni che devo stare qua”. Parlando della musica come veicolo di trascendenza, ha citato il quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven, quando il coro canta “cercate un padre affettuoso sopra il cielo stellato”, definendolo un esempio di “eroismo umano che avvicina a Dio”.
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