Yara Gambirasio, la ragazza di 13 anni uccisa a Brembate di Sopra, nel 2010, aveva tre fratelli, Keba, Natan e Gioele. Keba, nata nel 1995, era la sorella maggiore, mentre Natan e Gioele, nati nel 2002 e nel 2008, sono i fratelli più piccoli. A dare una testimonianza sull’omicidio di Yara, sia in aula che agli inquirenti, furono i primi due. Come i loro genitori, Maura Panarese e Fulvio Gambirasio, dopo la condanna di Massimo Bossetti, hanno deciso di andare avanti con le loro vite stando fuori dai riflettori e presenziando a pochi eventi celebrativi.

Come dicevamo, Keba è del 1995, è la maggiore dei fratelli Gambirasio e condivideva la stanza con Yara. Sappiamo che qualche anno dopo l’omicidio di sua sorella, è diventata istruttrice di ginnastica. Come scrive Fanpage, durante il processo a Bossetti, disse di non aver mai visto il muratore e che Yara, pur avendole confidato che c’era un ragazzo che le piaceva, non le aveva riferito di approcci o avvicinamenti da parte di persone adulte. In generale, Keba non notò nulla di strano, nei giorni precedenti alla scomparsa della ragazzina e sottolineò che usava il computer solo per comunicare con dei coetanei conosciuti durante uno scambio con la scuola.
“Non aveva mai parlato di ragazzi più grandi o di avere confidenza con alcuni di loro. Non aveva rapporti con persone più grandi, me lo avrebbe detto o lo avrei saputo: io conoscevo tutte le sue frequentazioni”

Natan Gambirasio è nato nel 2002 e e quattro anni dopo il delitto, il quotidiano Libero pubblicò un articolo nel quale veniva spiegato il tipo di percorso psicologico che il ragazzo aveva dovuto affrontare dopo la tragica morte della sorella. Natan, si disse allora, era stato aiutato con la metodologia dell’EMDR, che serve proprio a trattare l’impatto dei ricordi traumatici.
Natan però è ricordato soprattutto per la testimonianza che diede agli inquirenti e poi successivamente in aula, durante il processo a Bossetti. Il ragazzo spiegò che Yara gli aveva detto che un uomo la seguiva, in macchina e la osservava. Come scrive l’Eco di Bergamo infatti, Natan dichiarò
“Mia sorella aveva paura di un signore in macchina che andava piano e la guardava male, quando lei andava in palestra e tornava a casa percorrendo via Morlotti. Yara mi aveva raccontato che all’inizio dell’estate del 2009 lo stesso individuo la osservava in chiesa, seduto nello stesso banco, e armeggiava col telefonino come se stesse digitando i numeri sulla tastiera”
La descrizione di quest’uomo però, corrispondeva solo in parte a Bossetti, perché Natan parlò di un uomo col pizzetto, che si muoveva con un auto grigia – proprio come il muratore – ma era di stazza robusta.
Gioele Gambirasio è nato nel 2008 e non ha dato testimonianze, riguardo l’omicidio di Yara, anche perché ai tempi aveva circa due anni. Come scrive il Corriere di Bergamo, nel 2014, insieme ai suoi familiari, partecipò attivamente all’inaugurazione di una stele di vetro dedicata a Yara, un’opera collocata nel giardino dell’oratorio di Brembate.
Attraverso i loro legali, i familiari di Yara hanno spiegato perché non hanno partecipato al recente documentario Netflix sulla vicenda. La serie mette in discussione molti aspetti dell’indagine, il coinvolgimento di Bossetti e di altri personaggi, tra cui l’istruttrice di ginnastica ritmica che lasciò una traccia del suo DNA sul giubbino di Yara.
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