Perché alcuni ragazzi, durante l’incendio di Crans-Montana, riprendevano le fiamme invece di scappare? La risposta, spiega la criminologa e psicologa Roberta Bruzzone, non ha nulla a che fare con l’esibizionismo o con la superficialità: in quei momenti il cervello può bloccarsi, negare il pericolo o dissociarsi, e il telefono diventa un’illusione di controllo, un modo per “fare qualcosa” mentre in realtà si è paralizzati dalla paura.
New Year’s Fire Kills 40 at Swiss Ski Resort Bar
Must Watch
A fire broke out around 1:30 a.m. on New Year’s Day at Le Constellation bar in Crans-Montana, Switzerland
Killing at least 40 people and injuring 119, mostly young partygoers aged 16 to 26.#SwissFire #CransMontana pic.twitter.com/s2XWMc2En4
— Sumit (@SumitHansd) January 3, 2026
È questo il punto centrale dei post che la criminologa ha condiviso su Instagram nei giorni successivi alla tragedia, intervenendo su uno degli aspetti più discussi e giudicati delle immagini circolate sui social.
“Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”. A volte si blocca, a volte si dissocia, a volte cerca un’illusione di controllo. E il telefono diventa quella illusione”
Secondo la criminologa, riprendere non significa necessariamente voler mostrare qualcosa agli altri.
“Riprendere non è sempre esibizionismo. Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione. È il tentativo disperato di dire: “Sto facendo qualcosa”, mentre in realtà non sto scappando”.
Lo schermo, aggiunge, crea una distanza che trasforma il pericolo in contenuto e la paura in qualcosa di apparentemente irreale.
Un ruolo decisivo nelle dinamiche dell’incidente lo gioca anche il gruppo. “Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento. Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato”, osserva Bruzzone, spiegando come molte tragedie non nascano dal panico immediato, ma dalla sua assenza iniziale. In quei secondi sospesi, il fuoco continua a crescere mentre la percezione del rischio resta falsata.
La criminologa sottolinea poi un aspetto più scomodo e culturale: “Viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi, in cui documentare vale più che reagire”. Ma gli incendi non seguono i tempi della comprensione umana. “Il fuoco non aspetta. Il fumo non avvisa. E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono”.
A rafforzare questa lettura, Bruzzone ha condiviso anche un post dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, che aggiunge un elemento chiave legato all’età delle vittime. “Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata: è l’area che aiuta a valutare il rischio e controllare l’impulso. In una situazione di emergenza, un cervello adolescente non reagisce come quello di un adulto. Non per mancanza di volontà, ma per maturazione biologica”.
Riprendere, chiarisce Lavenia, allineandosi alla riflessione di Roberta Bruzzone, non significa non provare paura. “Spesso significa il contrario. Filmare può diventare un meccanismo di difesa, uno schermo tra sé e l’orrore, un modo per ridurre l’impatto emotivo e non crollare. Non è cinismo. È sopravvivenza emotiva”. Da qui una domanda che sposta il focus:
“Perché stiamo chiedendo ai ragazzi di salvarsi da soli? La sicurezza non è una responsabilità dei minori, ma degli adulti, delle strutture, delle istituzioni”.
Infine, in un ulteriore intervento, Roberta Bruzzone affronta il tema delle conseguenze psicologiche della tragedia. Eventi di questa portata, scrive, “non potranno essere elaborati in modo funzionale senza un supporto specialistico intenso, prolungato e spesso a tempo indeterminato”. Non solo per chi era presente o ha perso qualcuno, ma per intere famiglie e comunità.
“Il trauma non è un incidente collaterale: è una conseguenza prevedibile quando si fallisce nel prevenire, nel proteggere, nel prendersi cura”, conclude Bruzzone. Per questo, stabilire una catena di responsabilità non è vendetta ma un atto di civiltà: ignorare ciò che è accaduto significa preparare il terreno al prossimo disastro.
Sulla tragedia di Crans Montana è intervenuto anche Flavio Briatore, con un punto di vista da imprenditore. Per lui si è trattato di “un omicidio”, senza mezzi termini.
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