Dario Franceschini ha raccontato per la prima volta pubblicamente di avere il Parkinson. Il senatore del Pd ed ex ministro della Cultura, che ha 67 anni, ne ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera, spiegando quando ha ricevuto la diagnosi, come ha vissuto l’impatto della malattia sulla sua vita e perché ha deciso di rompere il silenzio. Nel suo discorso ha parlato anche di Michael J. Fox, che da anni è uno dei volti più rappresentativi della lotta contro la malattia.
“Ho il Parkinson. Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020”, ha raccontato Franceschini, spiegando che a insospettirsi per primo fu un amico, che aveva notato alcuni movimenti delle sue mani. A suggerirgli di farsi visitare fu invece il senatore Graziano Delrio, medico, che gli disse: “Trascini i piedi, fatti visitare”.
Franceschini ha definito il Parkinson una malattia ancora in gran parte misteriosa, della quale non si conoscono le cause e che non può essere prevenuta. Le terapie, ha spiegato, permettono di intervenire sui sintomi, ma non di guarire dalla malattia. “È impossibile da prevenire. E se ne possono curare solo i sintomi: non si guarisce, né regredisce. La progressione varia a seconda dei casi, ma è inarrestabile”, ha detto.
Nel suo caso, inoltre, recentemente si sono aggiunte delle complicazioni.
“Sul mio Parkinson, recentemente, s’è pure innestata una forma di parkinsonismo atipico: incide sull’equilibrio, che diventa sempre più precario, e provoca una difficoltà della parola. Il che, intendiamoci, per un politico può anche essere un bene…”.
Nell’intervista, concessa a pochi chilometri da Cagliari, dove sta trascorrendo le vacanze estive, Franceschini ha raccontato anche l’impatto che ebbe su di lui la diagnosi.
“La diagnosi è stata una botta tremenda. Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre”.
Il primo pensiero è andato alla sua famiglia. Franceschini è sposato con Michela Di Biase e ha tre figlie: Irene, avuta dalla moglie, e Caterina e Maria Elena, nate dal precedente matrimonio.
“Ho pensato a mia moglie, che è molto più giovane di me, e alle mie figlie. Irene, che all’epoca aveva appena 5 anni. Caterina e Maria Elena, che oggi ne hanno rispettivamente 38 e 31. Ho immaginato il dolore, la sofferenza, i disagi che avrei procurato a tutti”.
Dopo la diagnosi, Franceschini ha ammesso di aver cercato inizialmente di nascondere la propria condizione. Una reazione che, secondo lui, accomuna molte persone colpite dal Parkinson.
“Più che un pensiero, s’è trattato d’un riflesso istintivo: tentare di nascondere la malattia. Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile”.

Nel suo racconto ha citato anche due personaggi celebri, associandoli ai diversi sintomi che possono manifestarsi.
“Nell’immaginario collettivo ci sono il pugile Muhammad Ali, che trema tutto, o Papa Wojtyła, no? Si tratta di sintomi diversi che, nella maggior parte dei casi, scatenano però sempre il medesimo feroce senso di imbarazzo”.
Tra gli altri esempi più significativi ha indicato quello dell’attore americano Michael J. Fox, che ha ricevuto la diagnosi di Parkinson a soli 30 anni e ha fondato un’organizzazione dedicata alla ricerca sulla malattia.
Franceschini ha spiegato che proprio questo sentimento può portare molti malati a isolarsi, arrivando in alcuni casi a nascondere la diagnosi persino ai familiari o ad abbandonare il lavoro. Dopo aver mantenuto il riserbo per anni, l’ex ministro ha scelto di raccontare pubblicamente la sua esperienza anche per dare un messaggio alle altre persone che convivono con il Parkinson.
“Tutti i medici, i neurologi, gli psicologi, i fisioterapisti che ho incontrato, mi hanno detto: ‘Se lei raccontasse la sua realtà, la sua vita quotidiana, spronerebbe tanti malati a uscire dalla penombra’. Parlare pubblicamente della mia malattia, è chiaro, mi costa, e molto. Per numerose ragioni: compreso un certo, credo comprensibile, pudore. Però ci ho riflettuto a lungo e mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita”.
Il suo obiettivo è soprattutto invitare chi ha ricevuto una diagnosi a non rinunciare alla propria vita.
“Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere. Lo so bene che, in alcuni momenti della giornata, diventa tutto tremendamente faticoso, anche solo allacciarsi un bottone… Ma si può e si deve restare attivi”.
Franceschini ha infatti spiegato di continuare a lavorare, pur con ritmi differenti rispetto al passato. Un cambiamento significativo per chi, in passato, era arrivato a organizzare giornate politiche particolarmente intense: “Una volta, per dire, mi organizzarono in Puglia un tour con undici comizi in un giorno“.
L’ex ministro ha poi richiamato l’attenzione sulla diffusione della malattia. “In Italia, si stima che i malati di Parkinson e parkinsonismi siano circa 400 mila”. Secondo Franceschini, il Parkinson colpisce prevalentemente le persone anziane, ma può interessare anche persone molto più giovani.
“A essere colpite sono prevalentemente le persone anziane, ma è un morbo capace di aggredire anche i trentenni. Non solo: nel mondo, la maggior parte degli studiosi è propensa a credere che, nei prossimi dieci anni, il numero dei malati sia destinato a raddoppiare”.
E proprio l’aumento dei casi rende, secondo Franceschini, ancora più importante investire nella ricerca.
“E nessuno, purtroppo, è in grado di spiegare le ragioni di una tale crescita esponenziale. Davanti a questo scenario, si capisce bene quanto fondamentale sia la ricerca, per cercare di arrivare almeno alla diagnosi precoce e a migliorare la cura dei sintomi”.
Parlando delle prospettive future, Franceschini ha sottolineato al Corriere della Sera l’importanza degli studi scientifici, citando in particolare la ricerca sulle cellule staminali ed embrionali. “Purtroppo, servirebbero investimenti massicci, aumentando i fondi pubblici e incentivando le donazioni”.
