La giovane attrice Sophie Nyweide è morta lo scorso 14 aprile 2025, a Bennington, nel Vermont (USA). Sophie aveva 24 anni e la causa di morte non è stata specificata, ma la sua famiglia ha accennato a problemi di salute mentale che potrebbero averla portata ad una scomparsa prematura, anche in virtù del fatto che lei rifiutasse di curarsi adeguatamente. In aggiornamenti successivi, sua madre ha detto a The Hollywood Reporter che la polizia sta indagando sui fatti.

Il necrologio pubblicato online ripercorre la breve esistenza di Sophie. Nata a Burlington, Vermont, ha trascorso gran parte della sua breve vita tra il Vermont e New York City. All’età di cinque anni si appassiona allo snowboard per seguire le orme del fratello, poi inizia a coltivare il sogno di diventare attrice, come lo era stata sua madre, Shelly Gibson. Sul set si trova perfettamente a suo agio e si trasforma nel personaggio che deve interpretare.
“Il set era un luogo sicuro per lei, e si nutriva dell’affetto e del supporto di cast e troupe che ne riconoscevano il talento e si prendevano cura del suo benessere”
The Hollywood Reporter spiega che il desiderio di recitare era nato sui sedili di un cinema che sua madre aveva rilevato nel 2003, il Village Picture Shows Cinema, che oggi è chiuso. Sua mamma aveva raccontato che Sophie era cresciuta in questo cinema, aveva persino un lettino nella cabina di proiezione, dove dormiva, e guardava tantissimi film.
Da attrice veva recitato in serie tv e film come Mammoth, Il matrimonio di mia sorella, Noah, La teoria delle ombre, ma la sua carriera si era fermata dieci anni fa.
La sua famiglia la descrive come una ragazza atletica, creativa, con una grande voglia di vivere e una straordinaria capacità di legare col prossimo. Era parte di una grande famiglia, di cui facevano parte anche gli amici di sua mamma, quelli di suo fratello e molte altre persone che le volevano bene.
Però Sophie Nyweide si portava dietro dei traumi, che affioravano nei suoi scritti e nei suoi disegni. E a quanto pare, era convinta di poterli gestire da sola, autotrattandosi.
“Molti dei suoi scritti e dei suoi disegni sono mappe del suo vissuto, delle sue lotte e dei suoi traumi. Nonostante queste mappe, le diagnosi e le sue stesse rivelazioni, chi le era vicino – così come terapeuti, agenti delle forze dell’ordine e altri che hanno cercato di aiutarla – è ora distrutto dal dolore per non essere riuscito a salvarla dal suo destino. Sophie si autotrattava per affrontare i traumi e la vergogna che sentiva dentro, e questo ha portato alla sua morte. Ripeteva spesso che avrebbe “gestito tutto” da sola e si sentiva in dovere di rifiutare le cure che forse le avrebbero salvato la vita.”
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