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Home » Personaggi » È morto Björn Andrésen, attore “maledetto” di Morte a Venezia che recitò anche in Midsommar

È morto Björn Andrésen, attore “maledetto” di Morte a Venezia che recitò anche in Midsommar

L'attore, appena quindicenne, recitò per Visconti in Morte a Venezia, nel ruolo di Tadzio e la sua vita fu segnata negativamente dal ruolo. Di recente è apparso in Midsommar.
Fabio FuscoDi Fabio Fusco27 Ottobre 2025Aggiornato:27 Ottobre 2025
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Björn Andrésen
Björn Andrésen (dal trailer The Most Beautiful Boy in the World)
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Björn Andrésen, l’attore svedese divenuto celebre a soli 15 anni per il suo ruolo in Morte a Venezia di Luchino Visconti, è morto il 25 ottobre 2025 all’età di 70 anni. L’annuncio della scomparsa è stato dato da Kristian Petri e Kristina Lindström, co-registi del documentario Il ragazzo più bello del mondo del 2021, dedicato proprio alla vita travagliata dell’attore. Non sono state rese note le cause del decesso.

Nato a Stoccolma nel 1955, Andrésen visse un’infanzia segnata da tragedie profonde: il padre morì in un incidente quando era bambino, mentre la madre si tolse la vita quando lui aveva solo 10 anni. Fu cresciuto dalla nonna, che lo spinse verso la recitazione e il mondo dello spettacolo perché, come avrebbe raccontato lui stesso anni dopo, “voleva una celebrità in famiglia”.

Nel 1971 arrivò la svolta che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza. Il regista Luchino Visconti lo scelse per interpretare Tadzio nell’adattamento cinematografico della novella Morte a Venezia di Thomas Mann. Nel film, Andrésen incarnava un adolescente di straordinaria bellezza di cui il personaggio interpretato da Dirk Bogarde, un compositore più anziano, diventa ossessionato.

Alla premiere del film, Visconti si riferì pubblicamente ad Andrésen definendolo “il ragazzo più bello del mondo”, un’etichetta che lo avrebbe perseguitato per tutta la vita. Quel soprannome, che poteva sembrare un complimento, si trasformò in una gabbia dorata dalla quale l’attore non riuscì mai veramente a liberarsi.

Con il passare degli anni, Andrésen parlò apertamente delle esperienze negative vissute durante e dopo le riprese del film. Come scrive The Guardian, raccontò che Visconti, quando aveva appena 16 anni, lo portò in un nightclub gay insieme a un gruppo di uomini adulti, un’esperienza che lo fece sentire “molto a disagio”. “I camerieri del locale mi guardavano senza compromessi come se fossi un bel piatto di carne”, ricordò. “Sapevo di non poter reagire. Sarebbe stato un suicidio sociale. Ma fu il primo di molti incontri simili”.

In un’intervista al Guardian del 2003, l’attore confessò di essersi sentito “come un animale esotico in gabbia”. Quattro anni fa, in un altro colloquio con lo stesso giornale, le sue parole furono ancora più dure: dichiarò che se Visconti fosse stato ancora vivo lo avrebbe mandato a quel paese e che il regista “non se ne fregava niente” dei suoi sentimenti. “Non ho mai visto tanti fascisti e st.. come ce ne sono nel cinema e nel teatro”, affermò. “Luchino era il tipo di predatore culturale che avrebbe sacrificato qualsiasi cosa o chiunque per l’opera”.

Dopo la fine delle riprese, Visconti non parlò mai più con Andrésen, abbandonandolo al peso improvviso di una fama mondiale che l’adolescente non era preparato a gestire. “Morte a Venezia mi ha rovinato la vita”, disse nel 2021, esprimendo il rammarico di essere ricordato principalmente per quel singolo film.

Paradossalmente, quella pellicola lo rese una star in Giappone, dove Morte a Venezia ebbe un enorme successo. Andrésen si trasferì lì diventando una pop star, un modello e apparendo in numerosi spot pubblicitari, con un seguito di fan prevalentemente femminile che rasentava l’isteria. “Avete visto le foto dei Beatles in America? Era così. C’era un’isteria al riguardo”, raccontò.

Nonostante la notorietà come attore, le vere aspirazioni di Andrésen erano nella musica. Divenne un pianista e musicista di talento, esibendosi e viaggiando regolarmente con la Sven Erics dance band. Continuò comunque a recitare, apparendo in più di 30 film e serie televisive, principalmente prodotti in Svezia, anche se descrisse la sua carriera come caotica. “La mia carriera è una delle poche che è iniziata al massimo assoluto per poi scendere gradualmente”, disse.

Nel 2003 fece notizia quando si oppose pubblicamente all’uso non autorizzato di una sua fotografia sulla copertina del libro The Beautiful Boy della femminista Germaine Greer. Alcune delle sue obiezioni erano legate proprio all’esperienza con Visconti: “L’amore degli adulti per gli adolescenti è qualcosa contro cui sono contrario in linea di principio. Emotivamente forse, e intellettualmente, ne sono turbato, perché ho una certa comprensione di cosa significhi questo tipo di amore”. L’editore Thames and Hudson respinse le sue obiezioni, sostenendo di non aver bisogno del suo permesso ma solo di quello del fotografo David Bailey.

La vita personale di Andrésen fu segnata da ulteriori tragedie. Ebbe due figli con l’ex moglie, la poetessa Susanna Roman: una figlia di nome Robine e un figlio, Elvin, che morì di sindrome della morte improvvisa del lattante a soli 9 mesi. Secondo quanto riportato, Andrésen era disteso accanto al figlio, in stato di ebbrezza, quando il bambino morì. Seguì un periodo di profonda depressione e abuso di alcol.

Björn Andrésen in Midsommar
Björn Andrésen in Midsommar

Con l’avanzare dell’età, Andrésen trovò però una certa pace nell’anonimato e nell’essere semplicemente un attore. Nel 2019 accettò un piccolo ruolo nel film horror folk Midsommar di Ari Aster, interpretando un anziano che si sacrifica in una cerimonia pagana facendosi fracassare il volto con un martello. Fu entusiasta di quella parte, dichiarando: “Essere ucciso in un film horror è il sogno di ogni ragazzo”.

Il documentario The Most Beautiful Boy in the World, che vinse il World Cinema Documentary Grand Jury Prize al Sundance Film Festival, utilizzò proprio quel soprannome dato da Visconti come titolo, esplorando le tragedie che segnarono la vita dell’attore. Kristian Petri ricordò che lui e Lindström parlarono con Andrésen per un anno intero prima di iniziare le riprese. “L’idea era che raccontasse la sua storia da solo, e abbiamo filmato per diversi anni. È stata una produzione divertente e a volte dolorosa”, disse Petri, definendo Andrésen “una persona coraggiosa”.

 

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