Selvaggia Lucarelli ha commentato la sentenza su Chiara Ferragni e il Pandoro Gate spiegando che va letta partendo dai passaggi tecnici che ne spiegano l’esito. Nelle stories pubblicate dopo il proscioglimento dell’influencer, la giornalista ha ricostruito cosa sia accaduto sul piano penale e perché il processo si sia chiuso senza una condanna, come tra l’altro lei aveva previsto poche ore prima.

“Per procedere per il reato di truffa servivano le querele che inizialmente c’erano”, spiega Lucarelli. Quelle querele erano state promosse con l’intervento del Codacons, che aveva individuato i querelanti e avviato l’azione penale. Tuttavia, il procedimento è cambiato quando è stato raggiunto un accordo risarcitorio: “Codacons aveva ritirato le querele grazie a un accordo mediante risarcimento”.
Senza le querele, il reato di truffa semplice non è più procedibile. L’unica possibilità sarebbe stata quella della truffa aggravata, che può andare avanti anche d’ufficio. Ma, chiarisce Lucarelli, “quella aggravata non ha retto perché mancavano le aggravanti”. Di conseguenza, il giudice non ha potuto procedere.
Da qui la precisazione terminologica, spesso travisata nel racconto pubblico: “Tecnicamente è stata prosciolta, non assolta”. Non si tratta quindi di una dichiarazione di innocenza nel merito, ma di una decisione legata all’improcedibilità del reato per ragioni giuridiche.
Lucarelli sottolinea inoltre che l’esito penale non cancella quanto accertato sul piano amministrativo. “Resta invece colpevole di pubblicità ingannevole”, ricorda, facendo riferimento al provvedimento dell’Antitrust. Su quel fronte, la vicenda si è chiusa con il pagamento di “3 milioni e mezzo di euro tra multe e donazioni”, che hanno estinto il procedimento amministrativo.

Solo dopo aver chiarito questo quadro, la giornalista interviene sulla polemica mediatica che l’ha coinvolta direttamente. Lucarelli contesta i titoli apparsi su alcune testate, in particolare quello rilanciato da Open, che la descrivevano “al veleno” contro Chiara Ferragni. “Il giornale di Mentana continua imperterrito a inventare titoli monnezza”, ha scritto, precisando che il problema non è la sentenza, ma il modo in cui viene raccontata.
“Non ho scritto nulla di velenoso se non semplice cronaca dell’accaduto”, aggiunge, sottolineando come la sua ricostruzione sia in linea con i fatti e con quanto riportato da altre testate. La giornalista chiarisce anche di non aver ricevuto alcuna replica nel merito: “Ferragni non ha risposto. C’è la solita nota incomprensibile del suo sgangherato ufficio stampa”.
Nel ribadire il senso della sua inchiesta sul Pandoro gate, Lucarelli torna al punto di partenza:
“La mia inchiesta ha approfondito il tema della pubblicità ingannevole e pubblicità ingannevole è stata, dal momento che l’ha certificato l’antitrust”.
Per la giornalista, dunque, la sentenza penale non smentisce il lavoro svolto, ma ne conferma i presupposti, distinguendo nettamente tra responsabilità penale e responsabilità amministrativa.
