Una mattina Francesca Mannocchi si svegliò senza sentire metà del suo corpo. L’indolenzimento diffuso sembrava inspiegabile, ma la giornalista e reporter di guerra non aveva tempo per preoccuparsi: insieme ad Alessio Romenzi, fotoreporter all’epoca suo compagno e padre di suo figlio Pietro, doveva ripartire per l’Iraq per seguire la guerra a Mosul. Decise quindi di sottoporsi a una risonanza magnetica d’urgenza in una clinica privata, convinta che non ci fosse nulla di grave e che avrebbe potuto partire tranquilla. L’esame, spiega Mannocchi al Corriere, svelò una diagnosi di sclerosi multipla.
Di quel giorno, raccontato in un’intervista al Corriere della Sera, Francesca Mannocchi ricorda soprattutto il colore del linoleum della clinica e la glacialità del neurologo. Dopo essersi fatto pagare profumatamente l’esame d’urgenza, il medico la freddò senza prepararla minimamente alla diagnosi. Visto che per ritirare i referti ci sarebbero volute alcune settimane, la giornalista chiese al medico come fosse la sua situazione e se potesse partire tranquilla. La risposta fu una domanda che la gelò: “Ma lei dove vuole andare nel suo stato?”
La diagnosi era sclerosi multipla. Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi uscirono dalla clinica e iniziarono a piangere. Dopo quel momento, come ha rivelato la giornalista, non pianse più per sette anni – e ha ripreso a farlo per un motivo che non ha voluto svelare. La scoperta della malattia segnò uno spartiacque nella sua vita personale e professionale, costringendola a ripensare il suo modo di stare al mondo e di raccontarlo.
Negli ultimi anni, da quando ha accettato la presenza della malattia nella sua vita, Francesca Mannocchi ha trovato in questa esperienza un nuovo strumento per guardare e raccontare la realtà. Se prima le sarebbe bastato il solo reportage televisivo, oggi sente il bisogno di linguaggi diversi, come il teatro, per arrivare a un pubblico più ampio. La giornalista ha infatti dato vita allo spettacolo Crescere, la guerra, che sta portando in giro per i teatri italiani accompagnata dal violino di Rodrigo D’Erasmo.
Mannocchi ha spiegato di aver trovato un parallelo profondo tra la sua malattia e la guerra:
“La mia malattia e la guerra sono simili. La condizione di un malato e quella di una persona che vive dentro una guerra amplificano al massimo il bene e il male: quando stai bene, sei felicissimo; quando stai male, tristissimo”.
In entrambe le situazioni, ha aggiunto, c’è anche l’elemento della rabbia, una rabbia analoga a quella delle madri che aspettano che il proprio figlio ritorni dal giocare a pallone e se lo vedono restituire sotto un telo bianco.
Lo spettacolo Crescere, la guerra nasce proprio da questa riflessione. Si tratta di un viaggio teatrale che intreccia voci e testimonianze vere, raccolte da diverse guerre del passato e del presente, per mettere in luce quello che la Mannocchi definisce il punto cieco della nostra umanità: l’indifferenza. Attraverso le parole di chi ha vissuto i conflitti, lo spettacolo mostra come i semi delle guerre future si annidino nell’inconsapevolezza del presente, nella distrazione di chi racconta senza cura e nella sordità di chi ascolta senza empatia.
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Francesca Mannocchi è una delle reporter di guerra più apprezzate , lavora per la televisione italiana, in particolare per La7, e per emittenti internazionali, oltre a scrivere per diversi giornali. Ha seguito conflitti in Iraq, Siria, Libia, Ucraina e Gaza, portando al pubblico italiano storie di dolore e resilienza. La sua esperienza personale con la sclerosi multipla ha aggiunto una nuova profondità al suo lavoro di testimonianza.
Quando le è stato chiesto come cambi il rapporto con il racconto della guerra dopo aver scoperto di avere una malattia cronica, la giornalista ha risposto facendo riferimento alle esperienze più dure vissute sul campo. Vedere le mutilazioni dei bambini, incontrare un bambino palestinese evacuato a Doha a cui mancano nove delle dieci dita e che con quell’unico dito cerca disperatamente di prendere una penna: queste sono cose che segnano un’incolmabile distanza tra chi le ha vissute e chi, nella quotidianità romana, si lamenta per il mal di testa o il traffico.
La sua storia personale è quella di una donna della periferia romana, quartiere Prima Porta, figlia di un commerciante di mobili e di una donna la cui madre ha fatto le pulizie fino a quando il fisico glielo ha permesso. Ha studiato alle medie al Fleming e al liceo scientifico ai Parioli, vivendo il contrasto tra la semplicità delle sue origini e i cognomi altisonanti della borghesia romana. Un’esperienza che, come ha raccontato, l’ha formata nella gestione del conflitto sociale e culturale, una capacità che oggi le appare sempre più rara.
Oggi Francesca Mannocchi continua il suo lavoro di reporter e porta avanti il progetto teatrale con Rodrigo D’Erasmo, trasformando il dolore personale e collettivo in una riflessione sul tempo, la memoria e la responsabilità. Perché, come recita la presentazione dello spettacolo, ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere, e ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere.
Come Francesca Mannocchi altri personaggi celebri sono stati colpiti da una malattia simile: l’attore di Grey’s Anatomy Eric Dane o Selma Blair, che a tale proposito sta vivnendo un periodo di speranza.
