Nel suo libro di memorie Oltre, uscito da poco, Francesco Totti racconta uno degli episodi più dolorosi della sua vita: la paura di morire a causa del Covid, dopo aver perso il padre Enzo proprio per colpa del virus. L’ex capitano della Roma era arrivato al punto di convocare i figli, convinto che se ne sarebbe andato a breve. A cambiare il corso degli eventi fu una telefonata di Pier Silvio Berlusconi, che lo mise in contatto con il dottor Alberto Zangrillo, medico di suo padre Silvio e primario del San Raffaele di Milano. Fu proprio il medico a suggerirgli una posizione insolita, con risultati che lo stesso Totti racconta come decisivi.
Era l’ottobre del 2020 quando Francesco Totti perse il padre Enzo, morto a 76 anni dopo aver contratto il Covid. Poche settimane dopo, a novembre, anche l’ex calciatore si ammalò gravemente. In un post pubblicato su Facebook aveva raccontato di aver ricevuto una diagnosi di polmonite bilaterale e di aver affrontato a casa una situazione complicata, con “Febbre che non scendeva, saturazione dell’ossigeno bassa e le forze che se ne andavano”.
A distanza di sei anni, nel libro Oltre, Totti ha ripercorso quei giorni, raccontando anche le conseguenze psicologiche di una pandemia che aveva cambiato la vita di tutti. A colpirlo profondamente erano state soprattutto le immagini dei camion militari che trasportavano le bare a Bergamo.
“La vita come la conoscevamo non sarebbe mai più stata uguale a prima, o almeno quella era la mia grande paura, pensando a Cristian, Chanel e Isabel. Ed è capitato che mi sentissi in colpa – per essere onesti fino in fondo è giusto ammetterlo e raccontarlo – sapendo che moltissime famiglie, magari numerose, erano murate dentro cinquanta metri quadrati, senza affacci, mentre io avevo giardino, palestra, spa, piscina e campo da padel. In vita mia non ho mai rubato niente, penso di essermi guadagnato ogni singola cosa, però ero inquieto. Le persone soffrivano, soffocavano, morivano. Tutti i presunti esperti dicevano la loro, la verità è che nessuno ci stava capendo una mazza“.

Nel libro, Totti ha raccontato anche come è arrivato a scoprire di essere positivo. In quel periodo, oltre al lutto per il padre, stava uscendo il film dedicato alla sua vita, ma non se la sentiva di partecipare alle presentazioni e agli eventi pubblici. Aveva organizzato soltanto una proiezione privata, riservata ai parenti e agli amici più stretti.
“Qualche giorno dopo la proiezione ho iniziato a ricevere telefonate, tutte più o meno dello stesso tenore: ‘Frà, ho preso il Covid-19′, ‘Oh, bella la pellicola, però ci siamo ammalati’. Quindi, un tardo pomeriggio all’ora dell’aperitivo, ho convocato nel giardino di casa coloro che erano presenti alla serata, mi sono affidato ad alcuni infermieri chiamati privatamente e ho organizzato un bell’evento: tamponi per tutti. Bastoncini nel naso e responso immediato. Siamo risultati positivi io e un amico mio. Nelle ore successive, si sono aggiunti molti altri”.
Da quel momento, le condizioni di Totti hanno iniziato a peggiorare. La febbre è salita fino a 39 gradi, mentre la tosse, l’affanno e i dolori diventavano sempre più difficili da sopportare. Anche alcuni familiari hanno contratto il virus.
“È venuto il Covid-19 anche a Cristian, Chanel e alla loro mamma, si è salvata solo Isabel. Tutti loro, per fortuna, con sintomi lievi. I miei peggioravano, sensibilmente. Tosse. Affanno. Dolori. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Medicine, punture, intrugli: non faceva effetto niente. Stavo male davvero, all’inizio ho affrontato la situazione con lucidità, poi però ho iniziato a farmela addosso. Avevo una paura maledetta di morire come papà”.
Il momento più difficile è arrivato quando Totti ha iniziato a temere concretamente di non riuscire a superare la malattia. La paura di fare la stessa fine del padre era diventata insostenibile, tanto da spingerlo a convocare i figli, mantenendo le distanze per evitare di contagiarli ulteriormente.
“Ho convocato i miei figli, tenendoli comunque a distanza di sicurezza. “Non so se ce la farò”. Ridevano, credevano fosse una battuta, una delle mie barzellette, e invece no, ero serissimo, che è una parte di me che conoscono in pochi, ma esiste ed è spiccata. “Credetemi, non so quanto resisterò ancora”. Stavo mollando mentalmente”.
La situazione richiedeva un intervento medico. Dopo essersi confrontata con Vito Scala, preparatore atletico e storico collaboratore di Totti, Ilary decise di far arrivare un’ambulanza. L’ex capitano venne trasportato al Campus Bio-Medico di Roma, dove gli esami confermarono la gravità delle sue condizioni.
La saturazione dell’ossigeno era scesa a 88 e la risonanza magnetica aveva evidenziato una polmonite bilaterale. Nonostante le condizioni preoccupanti, Totti si oppose al ricovero, terrorizzato all’idea di morire lontano dai suoi cari.
“Mi volevano ricoverare. ‘Non se ne parla proprio’. ‘Francè, ma che stai a dì?’. ‘Non voglio fare la fine di mio padre. Se devo morì, voglio morì a casa mia, non rinchiuso qui dentro senza rivedere i miei figli’. Ho dovuto firmare dei fogli per essere dimesso. Mi sono preso la responsabilità di ciò che sarebbe potuto accadere”.
Tornato a casa, continuava a fare fatica a respirare. Totti ha descritto la propria condizione con un’immagine efficace, spiegando che il suo respiro sembrava quello di “un trattore col motore truccato”. Per controllare le sue condizioni, i familiari avevano persino installato una telecamera nella stanza, attiva 24 ore su 24.

Quando la situazione sembrava precipitare, è arrivata una telefonata destinata a cambiare le cose. Pier Silvio Berlusconi, marito di Silvia Toffanin, grande amica di Ilary Blasi, mise Totti in contatto con Alberto Zangrillo, il medico che aveva seguito suo padre Silvio Berlusconi e primario del San Raffaele di Milano.
Totti gli raccontò i sintomi, la febbre persistente e i problemi respiratori. Zangrillo gli propose di raggiungerlo a Milano con un aereo privato per essere curato in ospedale. Ma l’ex calciatore non voleva saperne di lasciare Roma.
Il medico insistette sulla necessità di un ricovero, ma decise di suggerirgli almeno una prova per cercare di migliorare la respirazione. Gli chiese come dormisse e quale posizione assumesse durante la notte. Quando Totti gli rispose che dormiva di lato, con un cuscino tra le gambe, Zangrillo gli propose di provare a mettersi a pancia in giù, con il petto appoggiato alle lenzuola e le braccia allargate.
“‘Come Gesù in croce?’. ‘Non esattamente, ma okay. Vedi se va meglio, con il respiro. Se non passa, rassegnati: dovrai farti ricoverare’. Non ne ha sbagliata una. Mi sono sentito rinascere, la febbre è diminuita e poi sparita, la saturazione è risalita fino a 99, cioè tornando a livelli normali. Zangrillo, coadiuvato da un’équipe medica romana che mi teneva sotto osservazione a casa, mi ha salvato. In totale, al netto della giornata trascorsa per controlli al Campus Bio-Medico, sono stato a letto quasi un mese. Ancora oggi, non riesco a respirare bene come una volta”.
La posizione a pancia in giù, chiamata proning in ambito medico, può aiutare alcuni pazienti con difficoltà respiratorie a migliorare l’ossigenazione. Nel caso raccontato da Totti, il miglioramento della saturazione e la scomparsa della febbre rappresentarono una svolta dopo giorni di paura.
Nel suo libro Francesco Totti ha anche raccontato come ha conosciuto Noemi Bocchi, grazie ad un suo errore in albergo.
