Giorgio Faletti è scomparso il 4 luglio 2014, a causa delle complicazioni di un tumore ai polmoni che si era ormai esteso al cervello. Ma dodici anni prima, nel 2002, aveva già rischiato di morire: fu colpito da un ictus proprio il giorno in cui avrebbe dovuto presentare il suo romanzo d’esordio Io uccido, alla Mondadori di via Marghera, a Milano.

A trovarlo esanime sul pavimento della camera da letto fu la sua compagna di allora, Roberta Bellesini, che dopo la sua morte ha raccontato in un’intervista a Vanity Fair — poi ripresa da varie testate, tra cui TgCom24 — i drammatici momenti di quella giornata.
Faletti fu trasportato d’urgenza al Niguarda, dove fu sottoposto ad un intervento, ma i medici misero Roberta di fronte ad una scelta difficile:
“C’era un farmaco che poteva sbloccare la situazione, ma in Italia era ancora in via sperimentale. E, non sapendo bene da quanto tempo Giorgio era in coma, avrebbe potuto essere letale. Più il tempo passava, più aumentava il rischio. Il medico mi lasciò dieci minuti per decidere, e io rischiai. Ho sempre pensato che per avere risultati si debbano correre rischi”.
Viene da chiedersi perché Bellesini fu incaricata di una scelta così importante, visto che lei e Giorgio non erano sposati, ma le cose andarono bene. Quando Faletti si svegliò, con le macchine che ancora ronzavano intorno a lui, aprì gli occhi e fece una delle sue battute: “Ma mi avete ricoverato in un casinò di Las Vegas?” I medici scoppiarono a ridere. Poco dopo, chiese a Roberta di sposarlo. Lei, scherzando, rispose:
“Fai così, richiedimelo quando sei fuori. Ora sei sotto farmaci, non vorrei che mi accusassi di circonvenzione d’incapace.”
Roberta e Giorgio si erano conosciuti nel 2000, durante la finale degli Europei di calcio, a casa di amici. Nonostante i 17 anni di differenza, tra loro nacque un amore forte e duraturo. “Eravamo complementari”, ha detto lei. E quell’ictus, paradossalmente, segnò anche l’inizio di un periodo molto intenso per Faletti: Io uccido sarebbe diventato un bestseller clamoroso, tradotto in tutto il mondo. Un successo, spiega Bellesini, che contribuì ad accelerare la guarigione.

Ma nel 2014, durante un controllo per un’ernia, la diagnosi inaspettata: tumore ai polmoni. Faletti volò a Los Angeles per tentare cure innovative, e anche per gestire la questione in riservatezza. Quando capì che non c’era più nulla da fare, decise di tornare in Italia, dove morì il 4 luglio.
Pochi giorni prima della sua morte, confidò a Roberta una riflessione piena di gratitudine:
“Comunque vadano le cose, io ho avuto una vita che altri avrebbero bisogno di tre per provare le stesse emozioni. E se penso che sarei dovuto morire nel 2002, e in questi 12 anni ho fatto le cose a cui tenevo di più, devo ritenermi l’uomo più fortunato del mondo”.
Visualizza questo post su Instagram
