Karla Sofia Gascòn, candidata all’Oscar per Emilia Perez (prima persona trans nella storia degli Oscar a essere candidata in categorie attoriali) è ormai da giorni al centro di una bufera social, riguardo alcuni vecchi tweet, decisamente controversi, in cui l’attrice messicana si scagliava contro la religione islamica e forniva un giudizio apparentemente poco lusinghiero su George Floyd.
Travolta dalle critiche, Gascòn si è ora affidata a Instagram per un lungo post di scuse, al cui interno, prendendo atto degli errori commessi, spiega di aver imboccato un percorso di redenzione, senza tuttavia rinunciare a velenosi strali contro chi ha fatto di tutto e di più per danneggiarla.
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Nella prima parte del messaggio, scritto in spagnolo, Gascòn chiede scusa per il dolore arrecato e si definisce sulla via del cambiamento
“Il primo pensiero che voglio esprimere è il mio più sincero rammarico verso chiunque si sia sentito ferito dalle mie parole, in qualsiasi momento della mia vita.
Ho ancora molto da imparare in questo mondo, e il mio più grande difetto è proprio il modo in cui mi esprimo. La vita mi ha impartito una lezione che avrei voluto non dover apprendere: per quanto il messaggio possa essere uno, senza le parole giuste può trasformarsi in qualcosa di completamente diverso.
In soli sei mesi, la mia esistenza è passata da una vita normale a un’esposizione senza precedenti nel mio campo. Ora la mia responsabilità è immensa, perché la mia voce non è più solo mia: appartiene anche a coloro che si riconoscono in me, a chi ripone in me speranza.
Mi sono aggrappata al buddismo per trasformare la mia vita e quella di chi mi sta accanto, e credo di esserci riuscita. Non posso cancellare il passato, non posso riscrivere gli errori, ma posso affermare con certezza che oggi non sono la persona che ero dieci o vent’anni fa. Non che allora avessi mai commesso crimini, ma di certo non ero perfetta. E non lo sono neppure ora. Cerco solo, ogni giorno, di essere una persona migliore.”

Gascòn prosegue, accusando, senza nominarle, tutte quelle persone che a suo dire stanno cercando di sabotare il suo percorso. La riflessione è amara
“Ammetto, tra le lacrime, che hanno vinto. Hanno raggiunto il loro scopo: infangare la mia esistenza con menzogne e frasi estrapolate dal contesto. Chi mi conosce sa che non sono razzista (e forse resterà sorpreso nello scoprire che una delle persone più importanti della mia vita oggi, che amo profondamente, è musulmana). Non sono la persona che vogliono dipingere. Non ho mai sostenuto guerre, estremismi o oppressioni. Ho sempre combattuto per un mondo più giusto, libero, fatto di pace e amore. Hanno costruito falsità, hanno distorto parole nate per celebrare e le hanno trasformate in critiche, hanno preso battute e le hanno fatte passare per realtà. Tutto, pur di vedermi crollare.”
In chiusura, un messaggio di speranza
“Ieri mia madre mi ha detto una cosa bellissima: “Non mi importa nulla di ciò che vincerai, voglio solo che tu stia bene e che nessuno ti faccia del male”.
Mamma, la vita mi ha portata fin qui per portare un messaggio di speranza e amore al mondo. E lo farò.”

Nel novero delle persone chiamate in causa nell’accorato messaggio, riteniamo possa certamente rientrare Sarah Hagi, reporter freelance, che si autorappresenta come ‘Black Muslim’, che per prima era andata alla ricerca dei vecchi tweet e che, in una mossa decisamente inconsueta, ha deciso di motivare le sue azioni attraverso una lunga intervista a Variety di cui vi riportiamo alcuni stralci
“All’inizio non le prestavo molta attenzione, ma sono una persona curiosa per natura, soprattutto quando si tratta di figure pubbliche e delle loro posizioni politiche. Ho visto un tweet in cui usava la parola “islamista”, e l’ho trovata una scelta forte. Non era una caccia alle streghe—faccio lo stesso con molte celebrità. Ho semplicemente cercato un termine, e ciò che ho trovato mi ha lasciata senza parole.
Ho deciso di pubblicare i tweet la mattina successiva, convinta che non avrebbero attirato troppa attenzione, anche se, in fondo, speravo che lo facessero.
Sono rimasta sbalordita, perché stiamo parlando di una delle protagoniste di uno dei film più candidati nella storia degli Academy Awards. La sua nomination è stata storica: la prima donna trans candidata come Miglior Attrice.
Con una visibilità del genere, ci si aspetterebbe che qualcuno del suo team, di Netflix o della sua campagna avesse controllato i suoi tweet. E invece erano ancora lì dopo anni. E non si trattava di un singolo commento: c’erano tweet su George Floyd e su molte altre questioni.
Quando una persona in una posizione storica, legata a un film che si vanta di portare avanti valori progressisti, ha un passato di tweet razzisti e bigotti, l’ipocrisia viene a galla. Non si tratta di vera rappresentanza, ma solo di marketing. E quel marketing crolla nel momento in cui la persona al centro di tutto si rivela razzista e intollerante.
Si tratta di una strategia calcolata da parte di uno studio cinematografico di alto livello. Se non volevano che la gente trovasse quei tweet, avrebbero dovuto cancellarli.”
Molti analisti ritengono che questa polemica possa seriamente pregiudicare le chances di vittoria di Gascòn. Per Hagi, la cosa è fuori discussione: la nomination andrebbe ritirata
“Che messaggio state mandando? Promuovete un film definendolo “importante” e “storico”, e poi permettete che la sua protagonista si esprima con parole tra le più vili e razziste? Non c’è nulla di controverso in questo: è razzismo, punto.
Non potete avere entrambe le cose. Non potete scegliere un volto per dimostrare quanto un’istituzione sia progressista e poi far finta di niente quando quella stessa persona incarna l’opposto di quei valori. O la rappresentanza conta davvero, o è solo una facciata.”
