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Home » Personaggi » La figlia di David Bowie: “Mi trascinarono via da casa urlando, non ero con lui quando morì”

La figlia di David Bowie: “Mi trascinarono via da casa urlando, non ero con lui quando morì”

La testimonianza di Alexandria "Lexi" Jones, figlia di David Bowie e Iman: ansia, wilderness therapy e il dolore per la perdita del padre.
Fabio FuscoDi Fabio Fusco23 Febbraio 2026
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Lexi Jones, figlia di David Bowie e Iman
Lexi Jones, figlia di David Bowie e Iman (da Instagram)
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Alexandria “Lexi” Jones, la figlia venticinquenne di David Bowie e della supermodella Iman, ha condiviso per la prima volta pubblicamente la storia traumatica della sua adolescenza, rivelando di essere stata prelevata con la forza dalla sua casa all’età di 14 anni e portata in un centro di riabilitazione comportamentale negli Stati Uniti. La giovane cantante ha pubblicato un lungo video su Instagram in cui ripercorre gli anni più difficili della sua vita, culminati con l’impossibilità di stare accanto al padre nei suoi ultimi giorni di vita nel gennaio 2016.

 

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Un post condiviso da Lexi Jones (@_p0odle_)

Lexi ha raccontato di aver iniziato a soffrire di ansia e depressione prima dei dieci anni, quando insegnanti e genitori notarono che qualcosa non andava. A undici anni cominciò a praticare autolesionismo, a dodici sviluppò bulimia nervosa. Le difficoltà di apprendimento e il confronto costante con genitori di successo aggravarono il suo senso di inadeguatezza.

“Mi sentivo stupida, incompetente, indegna, inutile, non amabile. Avere genitori di successo rendeva tutto peggio. Sembrava che non sarei mai stata all’altezza. Non capivo come potessi venire da persone che prosperavano in ogni direzione mentre io fallivo in tutto”

La situazione precipitò nel 2014, quando a David Bowie venne diagnosticato un tumore al fegato. Mentre i suoi coetanei sperimentavano con alcol e sostanze per divertimento, Lexi spiegò che per lei era diverso: “Non stavo sperimentando, stavo scappando. Quando la festa finiva per tutti gli altri, io continuavo. Bevevo e mi facevo da sola”. Il suo comportamento divenne sempre più autodistruttivo, fino a quando i genitori decisero di intervenire.

Il momento dell’intervento rimane impresso nella memoria di Lexi con dettagli vividi. La madre la chiamò nel soggiorno, dove il padre le lesse una lettera che aveva scritto. “Non ricordo davvero cosa dicesse, ma ricordo l’ultima riga: ‘Mi dispiace che dobbiamo fare questo'”, ha raccontato. Subito dopo entrarono due uomini “entrambi alti oltre un metro e ottanta” che le dissero di poter fare le cose “nel modo facile o nel modo difficile”. Lexi scelse di resistere:

“Urlai. Mi aggrappai alla gamba del tavolo. Mi afferrarono, mi misero le mani addosso, mi strapparono via da tutto ciò che conoscevo e io urlavo a squarciagola. Urlavo che qualcuno mi aiutasse, ma nessuno lo fece”.

La giovane venne trasportata in un SUV nero e portata in quello che si rivelò essere un programma di wilderness therapy, una forma controversa di trattamento comportamentale sviluppata negli Stati Uniti che combina attività all’aperto estreme con terapia psicologica. Per 91 giorni Lexi visse all’aperto, con le basse temperature, dormendo sotto teloni, su un materassino da yoga e un sacco a pelo. All’arrivo subì una perquisizione corporale completa e le vennero consegnati vestiti tecnici e uno zaino “più grande di me all’epoca”.

Le condizioni nel programma erano spartane: doveva scavare buche nel terreno da usare come bagni, contando ad alta voce ogni volta per permettere al personale di monitorarla. Imparò ad accendere fuochi staccando corteccia di betulla e battendo pietra focaia su acciaio, e a cucinare i pasti su quei fuochi. I nuovi arrivati non potevano parlare con gli altri partecipanti finché il personale non stabiliva che non rappresentassero un rischio per la sicurezza. “Ero una ragazza di città. Non sapevo nemmeno che la wilderness therapy esistesse”, ha commentato.

Dopo tre mesi all’aperto, Lexi venne trasferita direttamente in un centro di trattamento residenziale nello Utah, dove rimase per 13 mesi. Anche lì subì perquisizioni corporali e venne sorvegliata mentre dormiva. Doveva contare ogni volta che usava il bagno. Fu in questa struttura che apprese della morte di suo padre l’10 gennaio 2016, pochi giorni dopo l’uscita del suo ultimo album, Blackstar.

“Ebbi il lusso di parlare con lui due giorni prima, nel giorno del suo compleanno. Gli dissi che lo amavo e lui me lo disse a sua volta. Entrambi sapevamo”, ha ricordato Lexi con commozione. Poi vide il post che annunciava la morte di David Bowie, circondato da tutta la sua famiglia. “Mi fece stare fisicamente male perché sì, tutta la famiglia era lì. Tranne me”. Il centro gestì il suo lutto attraverso un processo strutturato con fasi, aspettative e traguardi predefiniti. “Lo categorizzarono. All’epoca pensavo fosse normale. Non sapevo come elaborare il lutto e quello era il mio unico punto di riferimento”, ha spiegato.

I programmi di wilderness therapy e i centri di trattamento residenziali per adolescenti sono stati al centro di crescenti controversie negli Stati Uniti. Paris Hilton, che ha testimoniato davanti al Congresso americano, ha raccontato di abusi subiti in una boarding school dello Utah negli anni Novanta e ha fatto campagna contro queste strutture. Nel dicembre 2024 è stato approvato lo Stop Institutional Child Abuse Act, una legge federale volta a regolamentare e controllare questi programmi.

 

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Lexi ha raccontato che dopo essere tornata a casa poco prima di compiere 16 anni ricadde nei vecchi schemi comportamentali e venne nuovamente allontanata. “Questo ciclo ripetitivo fece confondere tutto. Mi fece sentire come un problema di cui ci si voleva liberare”, ha dichiarato. Oggi, a 25 anni, Lexi dice di stare ancora elaborando l’impatto emotivo di quegli anni. Ha rivelato di sobbalzare in ambienti che percepisce come eccessivamente controllati e di scrutare costantemente gli spazi cercando regole che potrebbe aver mancato.

Alexandria Jones ha recentemente pubblicato il suo album di debutto, Xandri, un progetto indipendente di 12 tracce interamente scritto e prodotto da lei. Spiegando le ragioni che l’hanno spinta a parlare pubblicamente della sua esperienza, ha detto di voler affrontare “le parti di te stesso che perdi nel processo di essere aggiustata”. Nel suo messaggio ha voluto chiarire la sua posizione: “So quanto sono fortunata per molti aspetti. Ma la manipolazione mentale ed emotiva che ho subito è qualcosa che non dimenticherò. Non fingerò che non sia successo, perché anche quello sarebbe abuso”.

David Bowie e Iman si sposarono nel 1992 e rimasero insieme fino alla morte del musicista. Lexi ha anche un fratellastro maggiore, il regista Duncan Jones, nato dal primo matrimonio di Bowie con Angela Barnett. La giovane artista ha reso omaggio al padre il mese scorso in occasione di quello che sarebbe stato il suo 79esimo compleanno, condividendo ricordi e fotografie sui social media.

 

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