Qualcuno potrebbe chiedersi se Laura Betti sia mai stata la moglie di Pier Paolo Pasolini; una curiosità generata da alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa nel corso degli anni dall’attrice. Non erano sposati e la risposta all’interessante quesito, ce la fornisce la stessa Betti, in un’intervista del 1978 sulle pagine del Corriere: “Eravamo sposati nel senso che ci sentivamo molto uniti, come marito e moglie”. I due, conosciutisi alla fine degli anni ’50 instaureranno un rapporto prima professionale e poi di amicizia molto profondo e duraturo.

Laura Betti, dopo l’esordio accanto a maestri del cinema italiano come Fellini e Rossellini, legherà l’apice della sua carriera professionale alle opere di Pasolini, a partire da Ro.Go.Pa.G., passando per Cosa sono le nuvole, Edipo Re e Teorema, per il quale vincerà una Coppa Volpi, fino ad arrivare a I racconti di Canterbury, dove l’attrice veste i panni della donna di Bath protagonista dell’omonimo racconto di Chaucer. Lungo il decennio,, al sodalizio lavorativo si accompagna un rapporto personale complesso e articolato, descritto in tutte le sue sfaccettature dalla stessa Betti più volte, senza ritrosie.
In un paio di interviste, l’attrice ha così ricordato gli inizi della conoscenza con Pasolini:
“Tra me e Pasolini ci fu un autentico colpo di fulmine. Era timidissimo, e mi fece ridere, all’inizio, quel suo impaccio. Cominciò così la nostra storia. Eravamo una coppia tremenda, litigavamo in continuazione… All’epoca del nostro incontro, mi ha guardata come se fossi non so che cosa, un’apparizione… Io l’ho trovato irresistibile, la sua timidezza mi faceva ridere. Fu un colpo di fulmine. È sempre delicato parlare di queste cose perché si può essere fraintesi… Noi abbiamo vissuto ben più di un’amicizia, era amore. Poco importa che lui fosse omosessuale. Eravamo complementari”.

in un’intervista al magazine Amica, l’attrice sarebbe poi tornata a parlare del rapporto sentimentale ed erotico che la legava a Pasolini:
“Era un rapporto uomo-donna nel senso tradizionale della parola. Molto conflittuale e molto bello. Molto sofferto, ma stupendo per quello che io sono riuscita a dargli (e lui chiedeva molto, era veramente vorace) e per tutto quello che lui dava a me. Io gli davo la certezza di essere amato, e per lui era importante. Aveva un bisogno famelico di amore: capita spesso ai “diversi”. La diversità viene assunta come esclusione. E io gli creavo intorno delle difese feroci. Con lui sono stata esclusivamente e totalmente femminile. Per lui cercavo di fare cose belle, importanti. Cercavo di piacergli in tutti i modi, e non era facile.”
In un’intervista rilasciata a Panorama, nel 1977, riportata da Città Pasolini, Betti, descrivendo la quotidianità del rapporto con l’amico amante, parlò, seppur in senso figurato, di matrimonio:
“Ho conosciuto Pier Paolo nel ’57. Ci siamo subito fidanzati, poi sposati; io sostenevo che sarei diventata il bastone della sua vecchiaia, e lui, data la mia tendenza ai chili in più, sosteneva che sarei diventata la “palla” della sua vecchiaia. Eravamo una coppia tipica, con i regolari problemi del ruolo. Io mi ero assunta un compito duro, impossibile. Lo facevo ridere. Quando l’ho conosciuto, non sapeva ridere. Teneva le labbra sottili sbarrate, chiuse. Era un uomo braccato, respinto, schedato dalle destre e dalle sinistre come “diverso”. Era un uomo assetato d’amore. Farlo ridere non era dunque facile perché non c’era nulla da ridere”.
L’anno successivo, nella già citata intervista al Corriere, l’attrice si premurò di tornare sull’argomento, correggendo e ampliando il concetto, e arrivando persino a discutere di maternità:
“Eravamo sposati nel senso che eravamo molto uniti, come marito e moglie. Se avremmo potuto avere figli? Sì, perché no? Pier Paolo avrebbe potuto avere un figlio, e io anche. Diciamo così; io avrei voluto dare un figlio a Pier Paolo. E c’è stato un momento che credo lui avrebbe voluto averlo, si parla degli anni del fidanzamento; non è che non sapessimo che lui era omosessuale e che io, bene o male, facevo l’amore con altri. Si trattava di un amore poetico, platonico, burrascosissimo”.

Dopo la morte di Pasolini, avvenuta il 2 novembre 1975 presso il lido di Ostia, Laura Betti ha continuato a tenere viva la memoria dell’amico, gestendo personalmente le attività del Fondo Pasolini dal 1983 fino alla propria morte nel 2004. Nel 1976, a pochi mesi dalla tragedia, Betti affidò alle pagine di “Cine/teca” un commosso ricordo di Pasolini, che vi proponiamo in chiusura:
“Volevi tempo, chiedevi altro tempo. Io te l’ho dato il mio tempo, da brava cagnona fedele. E non è servito a nulla, a nulla. Nemmeno a darti un giorno di sole in più. Mi metterò la parrucca di Teorema per venire da te, lì dove ti hanno spaccato il cuore, e ti parlerò a lungo. Ti farò ridere come sempre. Ti conquisterò per l’eternità offrendoti una delle più belle risate della nostra lunga vita. Il tuo regno per una risata… è così, no? E rimarrò su quella panchina finché i capelli non mi diventeranno verdi, come in Teorema, e mangerò le ortiche, come in Teorema. Finite le ortiche tornerò a Roma da Fiumicino a Roma, come in un film di Godard. A Roma comincerò ad aspettare.”
