Antonio Scurati, docente universitario di Letteratura, scrittore ed editorialista, pur non avendo mai palesato in modo inequivocabile la propria appartenenza a uno specifico partito, è un forte sostenitore pubblico dell’antifascismo, valore civico che propugna da anni nelle sue apparizioni televisive e soprattutto attraverso i suoi ultimi romanzi, tutti dedicati allo studio minuzioso della figura privata e politica del Duce Benito Mussolini, di cui Scurati, romanziere prima che opinionista, ricostruisce l’esistenza, attraverso l’uso di puntuali documenti storici dell’epoca, in tre volumi (un quarto è in fase di scrittura).
Proprio a proposito di alcuni miti legati al fascismo, come impostazione politica originariamente positiva, poi guastatasi strada facendo, Scurati ha puntualizzato, in un’intervista ad Huffpost del 2020: “Nel fascismo c’è un rapporto essenziale ed originario con la violenza e la cultura di morte che gli avrebbe impedito di conoscere un destino diverso da quello che ha avuto. Sicuramente l’impianto della saga di M smentisce quell’idea diffusa ancora oggi secondo cui Mussolini sarebbe stato uno statista in principio e poi soltanto dopo sarebbe decaduto e degenerato. Il maleficio del fascismo è presente sin dal primo giorno della sua nascita.

Un punto cardine del pensiero da analista politico di Scurati, d’altronde, in un fil rouge tra passato e futuro, è rappresentato dal persistere, nei partiti oggi vicini alla destra, di quelle stesse correnti populiste che, durante il Ventennio, favorirono l’ascesa al potere di Mussolini. Nel settembre 2022, al momento dell’elezione a presidentessa del consiglio di Giorgia Meloni (FDI) molte testate riportarono un virgolettato di Scurati in cui la allora neo-premier veniva definita erede di Mussolini. In realtà, le dichiarazioni originali, riferite a un quotidiano francese, suonano più o meno così:
Ciò che sta accadendo oggi in Italia non è la ripetizione del passato. Ma la vittoria clamorosa, in Italia, di un partito che ha le sue radici culturali e ideologiche nel fascismo è un dato di fatto. L’Italia è minacciata da quei partiti che sono gli eredi di Mussolini non tanto come fascismi, ma come inventori del populismo. Giorgia Meloni dice che il suo programma è conservatore. Secondo me, è chiaramente reazionario, non deriva dal conservatorismo liberale, ma dal neofascismo del dopoguerra, il che è molto diverso.
Sempre nel 2020, all’HP, Scurati dichiarava a proposito del referendum per la diminuzione del numero dei parlamentari: “Ho visto in questo referendum – nel modo in cui è stato promosso e nei tanti balletti che la politica e i vari partiti hanno fatto attorno ad esso – il portato di quella violenza polemica anti-parlamentarista che fu caratteristica del fascismo stesso prima della conquista del potere, ma anche dei movimenti populisti italiani degli ultimi anni e decenni. Ho ripetuto varie volte ormai che molti lettori del mio primo libro, italiani e non, hanno ravvisato elementi di somiglianza non tra il fascismo e i cosiddetti movimenti populisti di oggi – perché su quel piano ci sono molte differenze e dissomiglianze, tipo l’uso sistematico della violenza fisica che i fascisti facevano e i populisti odierni no – ma una somiglianza con Mussolini non perché fondatore del fascismo, ma in quanto fondatore di una tipologia di leader che oggi noi definiamo populista”.
Molti di questi leader odierni, non solo italiani, pur non discendendo in alcun modo da una cultura politica di tipo fascista, mettono in atto quel tipo di seduzione e di leadership di cui Mussolini fu addirittura l’inventore.

La risposta della Rai non si è fatta attendere; a frenare l’ingaggio di Scurati sarebbero state questioni economiche. Ad ogni modo, nell’appello di Scurati, pubblicato dal Fatto Quotidiano si legge
il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via. Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023)
