Achille Costacurta si è raccontato in un’intervista a la Repubblica, spiegando di essersi lasciato alle spalle un passato di droghe, risse, carcere minorile, un tentato suicidio. Un cambiamento radicale, che il figlio di Billy Costacurta e Martina Colombari attribuisce a un luogo preciso: Mondello, borgata marinara alle porte di Palermo, dove ha trovato pace, accoglienza e una nuova direzione per la sua vita. “Oggi sono un altro, anche grazie alla Sicilia”
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Costacurta ha raccontato a Repubblica in che modo si è sentito accolto, al suo arrivo in Sicilia, lo scorso febbraio, quando chiese informazioni al bar Galatea a Mondello. Aveva appena lasciato Milano, perché sentiva la necessità di cambiare aria e perché Milano gli metteva ansia.
“Chiedo informazioni sul supermercato. “Se vuoi ti diamo le chiavi del furgone per andare a fare la spesa”. Eccola Palermo. Cose che a Milano non mi sono mai capitate, neanche con gli amici di una vita”
Achille ha spiegato che in Sicilia si trova bene perché non si sente giudicato e ha azzardato un paragone tra la splendida isola del sud Italia e l’India, paese che ha visitato.
“La gente non giudica. Ti tende la mano, ti accoglie. Un po’ come in India, quando ho fatto Pechino Express: se scegli quella terra, ti trattano come sacro. A Palermo mi sono sentito così. Mi ha aiutato”
Racconta di aver ritrovato se stesso con “le passeggiate a Monte Pellegrino a far visita all’eremita. E con le domeniche in curva nord al Barbera a tifare Palermo. Con i bagni fuori stagione a Mondello, che non ha nulla da invidiare alle Maldive”
Oggi Achille si definisce rinato e ha un progetto per il futuro: vuole aprire un centro per ragazzi con sindrome di Down.
“Non tocco droghe, sto bene e ho recuperato il rapporto con i miei genitori. Prima litigavamo ogni giorno, ora siamo uniti. Se torno tardi, li chiamo”
Nell’intervista ha anche raccontato il suo passato difficile: finì in un centro penale minorile a Parma a 15 anni, dopo che gli trovarono due coltelli nell’armadietto a scuola. La sua permanenza nel carcere fu durissima, segnata da punizioni, umiliazioni e momenti di disperazione. A Milano fu coinvolto in episodi violenti, tra cui uno scontro con la polizia durante una corsa in taxi. Gli stupefacenti entrarono nella sua vita al compimento dei 18 anni, con l’uso di mescalina: “Mi sentivo Dio. Regalavo le mie collane d’oro ai barboni, aiutavo i ragazzi che fumavano crack e li portavo a casa a fare una doccia. Ma in realtà mi stavo distruggendo. Le droghe sono il demonio”. Il momento più buio arrivò con un tentativo di suicidio: ingerì sette boccette di metadone, equivalente “a 40 grammi di eroina” Aveva 17 anni e si trovava ancora nel centro minorile. “Nessuno sa spiegarsi come io sia ancora vivo”.
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