Davide Marra ha rotto il silenzio per rispondere alla valanga di critiche e offese che hanno travolto Pulp Podcast in seguito all’intervista ivi rilasciata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, definendo l’accaduto come un momento cruciale per il futuro del podcast.
Marra ha esordito riconoscendo il pieno diritto del pubblico di giudicare il risultato finale senza curarsi delle difficoltà dietro le quinte, chiarendo però nel contempo come a suo dire gran parte della delusione derivi da aspettative errate alimentate da un hype incontrollabile: c’era infatti chi si aspettava uno “spot per il sì” al referendum, chi un’aggressione frontale alla Meloni e chi il solito tono leggero del podcast
“Se io ti vendo questa penna e ti dico ‘questa penna cura il cancro’, tu la compri con quella promessa… ti rendi conto che scrive, ma non cura il cancro. Come sarà il tuo giudizio? ‘Marra m’hai truffato'”

Un punto centrale della difesa riguarda quello che Marra definisce un “effetto Mandela” sul suo stile di conduzione. Molti spettatori hanno rimarcato l’assenza del ‘tipico stile aggressivo” e tagliente maturato sin dai tempi del Cerbero Podcast; un approccio evolutosi nel tempo, e in grado di lasciare più spazio all’ospite per rispondere, specialmente nelle puntate politiche
“Negli anni ho tentato di togliere dei pezzi di ego per donare a voi un prodotto migliore… mi vedo meglio come mediano, meglio come assistman”
Marra rivendica altresì la scelta di non interrompere costantemente l’ospite, distinguendo nettamente il suo approccio da quello della “TV tradizionale” di figure come Lilli Gruber o Andrea Scanzi, accusati di interrompere costantemente l’interlocutore.
“Non mi piace, mi fa schifo. È ciò che detesto della TV tradizionale”.
Marra ha ammesso comunque che la puntata è stata diversa dalle precedenti, attribuendo però questo scarto a fattori tecnici insormontabili e non a intenzioni malevole; a differenza delle classiche puntate girate in studio a Milano, questa volta la squadra ha avuto solo 40 minuti tassativi di registrazione a Roma, in uno studio fornito dalla presidenza. In questo contesto, Marra ha difeso la ripartizione del tempo di parola, che ha visto la Meloni parlare per circa il 77% del tempo:
“40 minuti sono quattro domande se vuoi lasciare spazio di risposta… sotto l’80% è perfetto. Per me è stato un vanto, una precisione chirurgica, non scendere sotto il 60%. Noi non siamo un passamicrofono, ma nemmeno parliamo sopra all’ospite”
Marra non ha risparmiato attacchi durissimi a testate come La7 e Fanpage, accusate di disonestà intellettuale per aver sottolineato e isolato solo momenti goliardici per screditare il lavoro del team.
Riguardo al mancato contraddittorio con l’opposizione, Marra ha chiarito che Schlein e Conte erano stati contattati “da eoni, da molto prima della Meloni”, e che le mail mostrate erano solo gli ultimi solleciti prima del silenzio elettorale
In conclusione, Marra invita il pubblico a sospendere il giudizio e a valutare l’intervista come un documento che acquisterà valore nel tempo, come accaduto per la puntata con il generale Vannacci; le dichiarazioni rilasciate, seppur in un clima non aggressivo, rimangono registrate e possono essere poi usate come metro di paragone per il futuro
Per Marra, l’incontro con la premier rappresenta il “punto zero di un grande viaggio” verso la costruzione di un’alternativa credibile alla televisione “Noi la stiamo costruendo l’alternativa, siamo in quattro gatti e ci stiamo facendo un (omissis) così”
A proposito, avete visto il video di Giorgia Meloni con un ragazzo che le ha chiesto un selfie per poi svelarle che avrebbe votato NO?
