Guillermo Del Toro ha sorpreso pubblico e stampa al Marrakech Film Festival parlando con disarmante sincerità del suo rapporto con la morte. Il regista, reduce dal suo attesissimo Frankenstein per Netflix, ha spiegato di non temere affatto la fine dell’esistenza, anzi di considerarla un passaggio naturale, quasi benefico. Del Toro ha affrontato il tema senza provocazioni, ma con la stessa intensità emotiva che guida da sempre la sua poetica, richiamando l’attenzione sulla necessità di vivere senza ossessioni e senza paura.
Al centro del suo intervento, come racconta Variety, un invito a riscoprire l’emozione come valore essenziale in un mondo che celebra cinismo e distacco.
Del Toro ha aperto il suo lungo dialogo, moderato dalla sceneggiatrice Kim Morgan, ricordando una domanda che lo accompagna da anni: “Perché dovremmo voler vivere più a lungo?”. Una domanda scomoda, che però per lui trova una risposta semplice:
“Sono un grande fan della morte… penso che sia davvero una cosa buona. Non vedo l’ora che arrivi, perché sarà il giorno in cui dirò: domani non avrò più problemi”.

Il regista ha poi ripercorso il suo legame con Frankenstein, un’ossessione nata quando aveva solo 7 anni, guardando Boris Karloff nei panni della Creatura: “Quello era religione. Quella era la mia chiesa. Quello che mia nonna provava per Gesù, io lo provai per Boris”.
Parlando dell’estetica emotiva che vuole infondere nelle sue opere, Del Toro ha criticato una società in cui il sentimento viene spesso nascosto:
“Siamo in un momento orribile in cui il cinismo simula l’intelligenza. Se dici ‘credo nell’amore’, sei uno sciocco; se affermi ‘non credo nell’amore’, sembri un saggio. Io non sono d’accordo”.
Per questo desiderava che Frankenstein avesse l’impatto di un’opera lirica, seguendo lo spirito dei poeti romantici, pronti a rischiare il ridicolo pur di toccare la verità emotiva. “Devi essere completamente aperto al fallimento per poter conoscere il successo. Devi essere pronto a renderti ridicolo, sempre”.
