Dal 28 Settembre all’1 Ottobre a Castiglione del Lago ha avuto luogo la prima edizione di una rassegna cinematografica ricca di proiezioni, ospiti e incontri, tutto completamente gratuito. Attingendo dal luogo d’origine per il suo nome, Castiglione del Cinema ha visto alternarsi nelle sale del Nuovo Cinema Caporali nomi importanti del cinema nostrano. Quattro giorni di durata dedicati alla settima arte e, soprattutto, al rapporto stretto e all’interazione costante tra spettatore e artista.
Sabato 30 Settembre uno dei protagonisti della giornata è stato Paolo Genovese. Sul palco con il Direttore Artistico Emanuele Rauco, il regista di successi come Tutta Colpa di Freud, The Place, Immaturi e Perfetti Sconosciuti, ha tenuto una masterclass per i ragazzi delle scuole in cui ha parlato del mestiere del regista e sceneggiatore, sviscerando aneddoti e curiosità sulla sua carriera. “La creatività è un elemento fondamentale per guardare le cose in modo diverso” ha detto, per poi lasciarsi andare ad alcuni ricordi sui suoi esordi.
Perfetti sconosciuti ed il successo all’estero

Concedendosi poi ai giornalisti, durante una video intervista con il canale YouTube MADROG che potete vedere di seguito, ha riflettuto sulla mancanza di partecipazione in sala da parte dei giovani elaborando quanto segue: “In Italia si fa poca cultura in generale, ma soprattutto poca cultura del cinema e quindi i vari valorosi direttori di festival si sobbarcano l’onere di organizzare questi eventi per fare in modo che i professionisti del grande schermo possano incontrare il pubblico e trasmettere l’esperienza diretta e la passione per questa arte credo sia veramente importante e un modo per avvicinare il pubblico al cinema”. Ha poi aggiunto: “Quando si conosce si ama. Conoscere la storia del cinema, quanto amore e quanta passione c’è dietro a un film probabilmente ti fa venire voglia di vederlo nel suo massimo splendore. I film sono pensati per essere proiettati in una sala cinematografica, sia per la qualità dell’audio e del video, sia per la condivisione delle emozioni con il pubblico, sia per potersi prendere due ore di tempo e farsi raccontare una storia”.
Non poteva mancare ovviamente la parentesi sul suo successo più esportato nel mondo Perfetti Sconosciuti. “Sono terrorizzato dal rifare qualcosa di già visto, spero sempre di raccontare storie che siano nuove per me per primo” ha detto, confessando di aver odiato l’adattamento di Alex De La Iglesia perché “ha stravolto la storia”, mentre si è divertito molto a vedere i remake cinese e coreano. In chiusura ha ripercorso i suoi inizi con gli spot pubblicitari: “Lo spot in fondo è un’analisi sociale per capire di cosa si ha bisogno, si fanno persino riunioni psicologiche e creative”. Inevitabile una battuta sul recente spot dell’Esselunga del quale il regista ha detto: “tutti possono dire tutto e tutti hanno bisogno di dire tutto, strumentalizzando spesso il pensiero anche quando non c’entra assolutamente niente con il contenuto. Io ci sono passato con lo spot del parmigiano reggiano”.
Quel genere che non vuole esplorare…

Durante la masterclass, tra domande del pubblico presente e considerazioni del direttore artistico, Genovese ha condiviso la sua idea di casting: “Quando scrivo una sceneggiatura non penso mai all’attore che andrà ad interpretarla. Il rischio che c’è è quello di avere difficoltà a creare veri personaggi cinematografici. Personalmente ho paura di essere influenzato dalle caratteristiche di un attore in fase di scrittura. Gli attori tendono a stare nella loro comfort zone e fare ruoli vicini alla loro indole, ma recitare per me è essere altro da se stessi. A volte infatti io vado in controtendenza scegliendo attori con caratteristiche diverse” ha detto, aggiungendo che “la sceneggiatura è come un manuale di Ikea”.
Il regista, durante la sua prosperosa carriera, ha saputo evolvere passando da commedie più classiche a film dal sapore agrodolce, in cui le risate si mescolano con le lacrime o dove sotto la superficie leggera si cela una riflessione corposa. A tal proposito gli è stato dunque domandato se in futuro pensa ci sia spazio per altri generi come ad esempio l’horror. “L’horror no per il momento, ma non penso sarei in grado. Ho cambiato tanto da commedie leggere come Immaturi a Tutta Colpa di Freud, alle dramedy come Perfetti Sconosciuti, poi al sentimentale Supereroi, film più scuri The Place e Il Primo giorno della Mia Vita. Io non penso di fare un genere a priori, ma mi interessa esplorare le emozioni e quindi emozionarmi io nello scrivere ed emozionare il pubblico. Potrei fare un cartone animato, un film di guerra, dipende dal momento, non seguo un filone”.
Il nuovo progetto: Leoni di Sicilia

Infine, vista la sua presenza all’imminente Festa del Cinema di Roma con la sua prima serie tv Leoni di Sicilia (dal 25 ottobre su Disney+), la domanda a tema era d’obbligo, anche se sapientemente schivata dal regista. “Per policy Disney molto stretta non posso dire niente del progetto. Però film e serie sono due modi completamente diversi di raccontare una storia. Con un film più o meno hai un’ora e mezza o due, la serie è una narrazione più lunga e più lenta in cui hai la possibilità di approfondire le linee narrative, i personaggi e raccontare un arco drammaturgico più lungo. Io penso che l’interesse sia questo: ogni storia ha un suo tempo necessario così come i cortometraggi. I corti sono film che però hanno bisogno di pochi minuti per essere raccontati. Ci può essere pathos ed emozione anche in 5 minuti. Le serie servono a raccontare storie che hanno bisogno di più respiro. Leoni di Sicilia è una saga che dura 80 anni ed è difficile raccontarla in due ore, se non perdendo tantissime sfumature o parte del racconto. La differenza in questi generi è la necessità intrinseca della storia ad avere più o meno spazio”.
E in conclusione: “La bellezza di un film è che in quell’arco ti viene raccontata tutta la storia con inizio e chiusura e a volte hai bisogno di sederti sul divano o andare al cinema e farti raccontare una storia che finisca, sapere cosa succede. La serialità ti accompagna più a lungo, diventa un compagno di viaggio. A volte a me piace cominciare qualcosa che sera dopo sera diventa un appuntamento. L’ultima serie che mi ha accompagnato a lungo e che mi ha preso è stata Succession, sei stagioni. Erano diventati amici serali con cui passare ore sul divano. Sono due esigenze diverse di svago e ben vengano entrambe”.
Articolo a cura di Lorenzo Usai
