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Home » Personaggi » Perché Roberto Saviano è sotto scorta: la lotta contro le mafie e il dolore

Perché Roberto Saviano è sotto scorta: la lotta contro le mafie e il dolore

Ecco perché Roberto Saviano è sotto scorta da molti anni e chi lo ha minacciato. Una vita protetta ma impossibile, di cui ha raccontato i dettagli.
Simone FrigerioDi Simone Frigerio21 Aprile 2024
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Roberto Saviano
Lo scrittore e giornalista Roberto Saviano
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Roberto Saviano ha fatto dell’impegno contro la Camorra la sua missione di scrittore, ed è proprio a causa del suo indefesso impegno civile che, dall’autunno 2006, vive costantemente accompagnato da una scorta di polizia, a protezione della sua incolumità, a seguito di minacce ricevute da alcuni boss. A partire dal 2011, Saviano si divide fra l’Italia e Manhattan.

In un’editoriale del 2018, il settimanale Panorama riportava infatti, tra le righe di un’inchiesta volta più a screditare il personaggio Saviano che a offrire sostanziali novità sulla sua vita, come lo scrittore partenopeo facesse la spola tra New York e Roma, insieme alla fidanzata Maria ‘Meg’ Di Donna, ex frontwoman dei 99 Posse. Ma la storia di Saviano e della scorta, come noto, parte da lontano.

Saviano a Casal di Principe nel 2006
Saviano a Casal di Principe nel 2006 [La Stampa]
Nel marzo 2006, l’autore, praticamente sconosciuto, pubblica per Mondadori il saggio – romanzo Gomorra, sull’operato dei Casalesi di Casal di Principe; e immediatamente fu fatto oggetto di minacce di morte e telefonate minatorie. Nel settembre dello stesso anno, durante una manifestazione per la legalità proprio a Casale, Saviano si rivolse direttamente ai capi clan Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone, Antonio Iovine e Michele Zagaria, con queste parole: “Voi non siete di questa terra! Smettete di essere di questa terra!”, arringando la folla a ribellarsi allo strapotere criminale. A causa di quest’intervento, l’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato decise di assegnare una scorta a Saviano; il provvedimento divenne attivo a partire dal 13 ottobre 2006.

Nel marzo 2008, durante le udienze del cosiddetto ‘processo Spartacus’, che vedeva imputati molti esponenti di spicco del clan dei Casalesi, Bidognetti e Iovine avanzarono una richiesta ufficiale di spostamento di sede del procedimento, in quanto, a loro dire, i giudici napoletani sarebbero stati indebitamente influenzati, nelle loro deliberazioni, dalle inchieste di figure come Saviano o la giornalista Rosaria Capacchione. A seguito della missiva, la scorta allo scrittore fu intensificata, anche a seguito delle dichiarazioni, rilasciate nell’estate dallo stesso anno dal pentito Carmine Schiavone, fratello di Francesco, secondo cui era in preparazione un piano per uccidere Saviano, con un attentato, mentre si trovava in auto, in transito sulla Roma – Napoli.
Indagini successive certificarono l’infondatezza della voce, ma Schiavone, in un colloquio con lo stesso Saviano, avrebbe ribadito che sulla testa dello scrittore, anche dopo molti anni, pendeva sempre e comunque la condanna a morte: “Ti ammazzano quando non sei nessuno, per giustificare la loro esistenza”.

Anche a seguito di questi sviluppi, sempre nel 2008, Saviano decise di abbandonare, almeno temporaneamente l’Italia; negli anni lo scrittore avrebbe più volte ribadito il dolore e la sofferenza continui che gli derivano dal ‘non poter essere mai solo’. In particolare, in un’intervento al Corriere della Sera del 2021, successivo alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza di condanna a un anno e sei mesi comminata per il reato di minacce a Bidognetti, Saviano accusa apertamente tutti coloro che, mese dopo mese, hanno messo in dubbio che la sua vita fosse a rischio:

“Mi verrebbe da urlare a tutti quelli che in questi anni hanno speculato sulla scorta alla quale sono costretto da quindici anni, a tutti quelli che mi hanno accusato e mi accusano di infangare la Campania e il meridione, perché ne ho raccontato e ne racconto la ferita. Avete visto, bastardi, che non era una messa in scena, un escamotage per avere successo, magari per comprare il fantomatico attico a New York. Io sono uno scrittore. Io del mio guadagno e delle mie storie avrei comunque fatto vita. E invece di questa vita mutilata cosa me ne faccio? Cosa dannazione me ne faccio? Dovrei metterli in fila davanti a queste verità che ora sono chiare scritte e timbrate, quei bastardi? Ricordo ogni loro nome, ogni loro ghigno, ogni dolore che mi hanno causato. Cosa dovrei fare? Accusarli? Sputargli in faccia o magari provare a convertirli all’empatia? Chiedere le loro scuse? Avrebbe senso se fossero stati sinceri; ma mentivano sapendo di mentire. Nulla ora ha senso. Il dolore subito è stato enorme.
Fingo da molto tempo d’essere ignifugo ma ho l’anima completamente ustionata. Ricordo tutte le volte che io e Rosaria Capacchione abbiamo dovuto sentire l’orrida schifezza: «Chi ti vuole uccidere ti uccide subito, non dite cazzate»; e noi dovevamo quasi scusarci di essere in vita, chiedere perdono per non aver (ancora) gettato il sangue sull’asfalto”.

Una tavola di Sono ancora vivo” [BAO Publishing]
E forse per esorcizzare una situazione di vita a volte raccontata come insostenibile (“Quello che ti è stato tolto non torna più, inutile pensare che ci sia il tempo di rimediare. Non sono in grado nemmeno di dirmi che ne è valsa la pena. Non torna più nulla. Avevo solo 26 anni e ora se potessi chiederei solo di camminare libero. Null’altro!“, scriveva sempre al Corriere) Saviano ha deciso, nel 2023, di raccontare questo suo lungo quindicennio di prigionia di fatto (“Da 15 anni non posso aprire le portiere dell’auto blindata sulla quale viaggio, perché deve aprirla la scorta. Da 15 anni devo decidere con giorni di anticipo qualsiasi mia mossa, ed entrare solo in luoghi che siano stati prima bonificati. “) in Sono ancora vivo, una graphic novel, in collaborazione con il fumettista israeliano Asaf Hanuka.

In un’intervista a Fanpage, Saviano descrisse così il progetto: “L’idea di poter costruire una graphic novel sulla mia vita mi girava da tempo in testa. Questo libro è proprio un tentativo di raccontare che cosa significa stare sul palco, il successo, la battaglia politica ma anche l’essere rinchiuso, spiato, dannatamente giudicato. Volevo che fosse rappresentato, che le persone la vedessero,”

Nel 2022, in occasione del proprio compleanno, Saviano aveva ribadito ancora una volta di sentirsi un sopravvissuto, citando una frase tratta dal film Papillon, con Dustin Hoffman: “Sono ancora quelle le parole che dico oggi a chi vorrebbe ridurmi al silenzio: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo!“.

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