Sta facendo discutere, nelle ultime ore, uno scritto di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera nel quale Per sempre sì, il brano di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo 2026 è stato definito “la colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Ma quello di Cazzullo non è l’unico articolo che va oltre il giudizio musicale e associa la canzone dell’artista napoletano all’iconografia criminale.

Il giornalista, sul Corriere della Sera, nel rispondere ai suoi lettori ha spiegato
“Per sempre sì potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone; che però le scrive per burla, per fare il verso a un certo Sud più melenso che melodico”
Poi evidentemente nel tentativo di bilanciare il suo giudizio, Cazzullo ha scritto che a Sanremo c’erano altri artisti del sud “che avevano canzoni interessanti, come Samurai Jay e Serena Brancale”. Ha sottolineato anche che il suo non è un giudizio personale nei confronti di Da Vinci “che è una persona simpatica”.
L’associazione alla camorra però, è l’elemento che sta facendo maggiormente discutere, perché asseconda il pregiudizio secondo il quale la canzone napoletana sarebbe vincolata alla criminalità. Che poi Per sempre sì contiene appena una frase in dialetto e parla di uno sposo che in vista delle nozze ripercorre la storia d’amore con la sua donna, e fa una promessa per il loro futuro. Non vi sono minacce, non vi sono riferimenti a sangue e regolamenti di conti o sparatorie come effettivamente ce ne possono essere in diverse produzioni neomelodiche.
Altra recensione che ha fatto discutere, in questi giorni è quella di Paola Italiano su La Stampa, che come Cazzullo, tira in ballo Zalone e premette di non avercela con Da Vinci: “mi sembra un uomo simpatico e pure dolce, fa anche tenerezza vederlo piangere come un vitello”. Nell’articolo online manca un riferimento alla “peste” che è stato cancellato dal quotidiano, ma continua a girare sui social:
“In questi ultimi cinquant’anni, alla musica popolare italiana, ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento”.
Anche qui inoltre vengono tirati in ballo elementi legati al crimine: carceri, fedine penali, violenza, persino il femminicidio.
“Ma solo io vedo la grande contraddizione tra le parole che aveva detto Gino Cecchettin pochi minuti prima su quel palco e una canzone che canta dell’amore indissolubile con una teatralità minacciosa, quel pugno che batte sulla mano, l’amore come sigillo di Dio, non osi l’uomo separarlo. Solo a me sembra brevissimo il passo tra la fede che Da Vinci mostra in primo piano e la fedina penale macchiata da un amore che ti incatena per la vita?”
“Checco Zalone raccontava che quando andava a cantare ai matrimoni al Sud a un certo punto faceva un saluto a tutti gli amici e parenti della casa circondariale e partiva l’applauso, pure qualche lacrima. Quando lo faceva al Nord la gente scoppiava a ridere, la considerava una bella battuta (credo che una scena del genere l’abbia messa anche in qualche film). Sal Da Vinci che trionfa a Sanremo è la normalizzazione dei Checco Zalone, è la morte della parodia.”
