Un museo dedicato alla musica rock che in teoria avrebbe dovuto celebrare le origini calabresi di una leggenda del rock come Steven Tyler, si è trasformato in un’inchiesta giudiziaria con 15 persone indagate. La vicenda che ha coinvolto Cotronei, piccolo borgo della Sila in provincia di Crotone, parte da un’idea ambiziosa e si conclude con accuse pesanti di corruzione, truffa aggravata e falso in atto pubblico.
Steven Tyler – il cui vero nome è Steven Victor Tallarico – è il nipote di Giovanni Tallarico, originario proprio di Cotronei. Giovanni, anch’egli musicista, visse a Palazzo Bevilacqua nel centro storico del paese prima di partire per gli USA, dove la famiglia avrebbe costruito la sua fortuna artistica.
Steven Tyler a 67 anni riparte da Cotronei (KR): ricerca le origini di suo nonno Steven Victor Tallarico#aerosmith pic.twitter.com/fToJb7YAOQ
— Alfredo De Vuono (@AlfredoDeVuono) January 24, 2016
Nel 2022 l’amministrazione comunale di Cotronei aveva ottenuto dalla Regione Calabria un finanziamento di 1 milione e 300 mila euro per realizzare un museo della musica dedicato proprio a Steven Tyler. Il progetto iniziale – come da condizioni poste da Tyler – prevedeva che la struttura sorgesse proprio a Palazzo Bevilacqua, l’edificio storico dove aveva vissuto il nonno del cantante. Il frontman degli Aerosmith aveva accolto l’iniziativa con entusiasmo, tanto da assicurare la sua presenza fisica per l’inaugurazione insieme alla figlia, Liv Tyler, promettendo anche un concerto dal vivo.
La situazione è precipitata quando il cantante ha scoperto che il Comune aveva cambiato completamente i piani. La location del museo era stata spostata da Palazzo Bevilacqua a un magazzino privato alla periferia di Cotronei. Per l’acquisto di questo capannone erano stati utilizzati 120 mila euro di fondi pubblici, destinati al proprietario dell’immobile che ne avrebbe ricevuti esattamente 118.368.
La reazione di Steven Tyler non si è fatta attendere. Attraverso suo cugino, l’avvocato Nino Grassi, ha diffidato formalmente il Comune dall’utilizzare il suo nome e ha inviato un esposto alla magistratura. Questo ha innescato le indagini della Procura di Crotone, guidata da Domenico Guarascio, che hanno portato i carabinieri di Petilia Policastro a svelare quello che gli inquirenti considerano un sistema di malaffare.
Le accuse mosse dalla Procura sono numerose e coinvolgono 15 persone tra amministratori pubblici, funzionari comunali e privati cittadini. I reati contestati spaziano dalla corruzione elettorale alla concussione, dall’estorsione alla tentata induzione indebita, oltre a falso ideologico e materiale in atto pubblico e truffa aggravata per le erogazioni pubbliche.
Al centro dell’inchiesta ci sono il sindaco dell’epoca Nicola Belcastro e Antonio D’Urso, responsabile del settore Opere Pubbliche del Comune. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due avrebbero commesso un falso nel comunicare alla Regione Calabria il cambio di location del museo. Avrebbero infatti dichiarato che i proprietari di Palazzo Bevilacqua si erano rifiutati di cedere l’immobile, giustificando così lo spostamento del progetto.
Le indagini dei carabinieri hanno però accertato che nessuna proposta di acquisto era mai stata formalmente avanzata ai proprietari dell’antico palazzo. Non esisterebbero documenti che attestino alcuno scambio tra la proprietà e l’amministrazione comunale su questo tema. Antonio D’Urso avrebbe inoltre fatto approvare dalla giunta comunale la realizzazione del museo nel magazzino privato inducendo in errore i componenti dell’esecutivo, facendo credere loro che si trattasse di un immobile espropriato di proprietà comunale e non di un’acquisizione a vantaggio di un privato. L’avvocato Grassi in un’intervista a Il Quotidiano del Sud ha detto:
“Ironia della sorte, da una delle ultime sedute consiliari è emerso che i proprietari di palazzo Bevilacqua sarebbero disponibili addirittura a donare l’immobile al Comune”
L’intera vicenda rappresenta un caso emblematico di come opportunità culturali e finanziamenti pubblici possano essere deviati da quella che i magistrati definiscono voracità politica legata ad affari illeciti, voto di scambio e corruzione. Il progetto del museo dedicato a Steven Tyler, che avrebbe potuto portare visibilità internazionale e turismo culturale a Cotronei, è così naufragato prima ancora di vedere la luce.
Il borgo della Calabria ha perso non solo l’opportunità di celebrare il legame con una star mondiale della musica rock, ma anche la possibilità di valorizzare il proprio patrimonio storico e culturale. I 120 mila euro spesi per l’acquisto del capannone privato rappresentano, secondo le parole riportate nelle indagini, denaro pubblico sprecato in un’operazione che non ha portato alcun beneficio alla comunità.
L’inchiesta è ora nelle mani della magistratura, che dovrà accertare le responsabilità individuali dei 15 indagati e verificare l’effettiva sussistenza dei reati contestati.
In un’intervista a Il Quotidiano del Sud, l’avvocato Nino Grassi – che ha ricordato divertito che da piccolo indossava i vestitini smessi del piccolo Steven che i parenti gli mandavano dagli USA – si è detto rammaricato per un’occasione persa.
“Penso che in udienza ne sentiremo delle belle, alla luce del terremoto politico-giudiziario che ha travolto il Comune di Cotronei. Ma, ripeto, non gioisco. Sono convinto però che Cotronei e la Calabria abbiano perso un’occasione storica e irripetibile. Per questo mi costituirò parte civile”
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