Il finale della terza stagione di House of the Dragon 3 ha segnato un punto di non ritorno per Rhaenyra Targaryen, definendo in modo inequivocabile il suo percorso netto verso la tirannia e stabilendo un ponte narrativo diretto con la sua discendente, Daenerys Targaryen. La trasformazione della Regina Nera, descritta nel finale di stagione come un vero e proprio passaggio al “lato oscuro”, ha infatti visto Rhaenyra sacrificare la propria umanità nel perseguimento del potere e della vittoria contro i Verdi, richiamando inevitabilmente la tragica parabola della “Madre dei Draghi” in Game of Thrones; per legittimare il proprio potere agli occhi del tremebondo popolo di Approdo del Re, Rhaenyra ha infatti fatto convergere su di sé il significato della storica profezia, secondo cui solo i Targaryen sarebbero chiamati a sconfiggere la minaccia del Re della notte.
Questa evoluzione è stata sottolineata con forza attraverso azioni brutali, come l’esecuzione del Sommo Septon su suolo sacro e la rivelazione pubblica della profezia della Canzone del Ghiaccio e del Fuoco, un momento di rottura totale con il materiale originale di George R.R. Martin.
Certamente, ci sono forti vibrazioni alla Daenerys in tutto il finale, incluso il ricorso alla violenza contro i propri sostenitori nella sua ricerca del potere. In un momento che devia drasticamente dal materiale originale, la regina si presenta davanti alle masse di Approdo del Re e rivela alla folla la profezia: l’arrivo degli Estranei e il fatto che solo lei può fermarli, in quanto unica e sola Principessa che fu Promessa.
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Lo showrunner Ryan Condal ha ammesso, in una call con la stampa (citiamo da The Hollywood Reporter) che questi parallelismi fra le due condottiere sono intenzionali e servono a esplorare i temi esistenziali che attraversano l’intero universo di Westeros, in particolare l’effetto corrosivo che il Trono di Spade esercita su chiunque cerchi di conquistarlo o di mantenerlo. Secondo Condal, l’attrazione per il potere assoluto è una forza che altera la moralità dei personaggi attraverso le generazioni.
“Noi sappiamo che Rhaenyra non è la prescelta. Se nella storia esiste una persona destinata a esserlo, un “Principe che fu promesso”, allora la sua comparsa avverrà 200 anni dopo. È Jon Snow, oppure Daenerys, a seconda di come si interpreta la profezia.
Ma, naturalmente, Rhaenyra e Daemon non hanno modo di saperlo. Daenerys e Rhaenyra si ritrovano a percorrere traiettorie parallele. Credo sia importante che la serie abbia, per certi versi, degli echi della serie originale, così da rimanere collegate”
“Questo è uno di quei temi che attraversa l’intero universo: il richiamo del Trono di Spade e cosa esso fa a una persona che ne è soggiogata. La grande differenza è che Daenerys ha raggiunto il trono solo alla fine, dopo aver distrutto la città, mentre Rhaenyra attraversa l’esperienza di possedere il trono, cercare di mantenerlo ed essere, in un certo senso, trasformata e cambiata da esso”
.Il cambiamento nel rapporto tra Rhaenyra e il suo popolo è stato descritto come un “mutamento sismico”. Pronunciandosi come l’unica salvatrice del reame proprio dopo aver eliminato i vertici religiosi, la regina ha mostrato un volto autoritario che cerca legittimazione in una missione divina. Condal ha sottolineato come questo atteggiamento di auto-esaltazione sia tipico della dinastia Targaryen, anche quando rasenta quella che molti potrebbero definire follia.
“Quello che accade a Rhaenyra non è nel libro e non è nella storia ufficiale, ma ci parla molto di come lei sia diventata dispotica e una tiranna alla fine, risultando molto impopolare tra la gente. Gran parte della loro esistenza è basata sull’auto-esaltazione. Per gli scalpellini tra la folla che guardano questo discorso, lei potrebbe sembrare solo qualcuno che cerca di darsi importanza, perché non hanno idea della ‘storia reale’ che c’è dietro il suo discorso. Volevamo un cambiamento sismico nel suo rapporto con il popolo: ella si proclama la prescelta, la leader che li guiderà attraverso il fuoco fuori dall’oscurità, proprio quando ha appena causato la morte del loro leader religioso.”
Anche l’interprete Emma D’Arcy, durante il medesimo incontro, ha riflettuto sulla complessità di interpretare un leader che scivola chiaramente verso l’autoritarismo, vedendo in Rhaenyra un’opportunità per analizzare come l’ego e gli eventi traumatici possano danneggiare la “macchina dell’empatia” di un individuo al comando. La morte di Helaena Targaryen, in questo contesto, viene vista come l’evento che condanna definitivamente Rhaenyra al percorso scelto, lasciandola sola nella sua ricerca di potere.
“Se vogliamo essere più esperti nel proteggere la democrazia, dobbiamo essere più intelligenti nel comprendere i comportamenti dei leader dittatoriali. È stata un’opportunità per tentare di rendere un certo tipo di comportamento più comprensibile dal pubblico. Penso che la morte di Helaena condanni definitivamente Rhaenyra al percorso che ha scelto; non c’è più modo di tornare indietro verso una forma di leadership moderata.”
Con la promessa di una quarta e ultima stagione definita “ancora più grande e folle”, il destino di Rhaenyra si intreccia dunque indissolubilmente con l’eredità dei Targaryen vista in Game of Thrones. Il finale della serie si prospetta come l’esplorazione definitiva di una dinastia che si distrugge dall’interno per ragioni di orgoglio e potere, consumando proprio ciò che la rendeva dominante: i draghi.
