La conclusione di Stranger Things 5 si gioca tutta su una domanda che accompagna lo spettatore fino all’ultima scena: che ne è stato di Undici? Sopravvissuta allo scontro finale ma destinata a scomparire dalla vita dei suoi amici? Morta nel Sottosopra? L’ambiguità della scelta diventa il fulcro emotivo di un finale che rifiuta risposte definitive.
I Duffer Brothers chiariscono, in una lunga intervista al sito ufficiale di Netflix, che vi proponiamo nei suoi passi più salienti, come crescere significa anche imparare a lasciar andare, accettando che alcune storie non abbiano una conclusione netta.
La serie si apre e si chiude con una partita di Dungeons & Dragons nel seminterrato dei Wheeler. Una struttura circolare che, come chiarisce Ross Duffer, era pianificata da tempo e pensata per segnare simbolicamente la fine di un’epoca
Ross Duffer
«Era una scelta pianificata da moltissimo tempo. Ci sembrava giusto chiudere il cerchio. Questa è la storia di un gruppo di personaggi che saluta la propria infanzia. Quel seminterrato, e in particolare la partita a Dungeons & Dragons, rappresenta la loro infanzia ed è il modo in cui il pubblico li ha conosciuti per la prima volta.
Per dirle addio, bisognava giocare un’ultima partita. Girare quella scena è stato divertentissimo e, allo stesso tempo, ci ha riportato al primo giorno sul set, quando filmammo i ragazzi che giocavano a D&D nella prima stagione.
È stata la primissima scena che abbiamo mai girato, e ci è sembrato giusto che fosse anche l’ultima. Abbiamo persino cercato di riprodurre con la macchina da presa le inquadrature che avevamo usato allora, tanti anni fa.»
Al centro del finale si colloca il doppio dialogo tra Hopper e Undici, costruito come un gioco di specchi. Prima è Hopper a chiederle di promettere che lotterà per sopravvivere; più tardi è Undici a ribaltare la dinamica, chiedendo a lui di fidarsi delle sue decisioni.
Questo conduce alla scelta più radicale dello show: una certa qual ambiguità visiva sul destino di Undici: durante l’ultima campagna di D&D, Mike riferisce la possibilità che lei sia fuggita dal Sottosopra e viva altrove, sotto una nuova identità. Ma i Duffer chiariscono che non è mai esistita una versione in cui Undici sarebbe potuta ricomparire a Hawkins. La versione di Mike riflette semplicemente la volontà di credere all’impossibile
Matt Duffer
«Quello che volevamo fare era affrontare la realtà della situazione di Undici dopo tutto quello che è successo e chiederci come potrebbe mai vivere una vita normale. Sono domande che attraversano tutta la stagione e che Hopper non vuole nemmeno prendere in considerazione Mike, invece, ci ha pensato molto, ma la sua è una versione quasi fiabesca, una fantasia che nella realtà non potrebbe funzionare. Davanti a Undici ci sono due strade: una più cupa e pessimista, l’altra più luminosa e carica di speranza. Mike è l’ottimista del gruppo e ha scelto di credere in quest’ultima.»
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Ross Duffer
«Non è mai esistita una versione della storia in cui Undici resta con il gruppo. Per noi e per gli sceneggiatori era importante non privarla dei suoi poteri. In molti sensi Undici rappresenta la magia, e la magia dell’infanzia.
Per permettere agli altri personaggi di andare avanti e per chiudere davvero la storia di Hawkins e del Sottosopra, Undici doveva andarsene.
Ci sembrava bello che i personaggi continuassero a credere in un finale più felice, anche senza dare una risposta definitiva sulla sua veridicità. Il fatto stesso che scelgano di crederci ci è sembrato un modo migliore per concludere la storia e per rappresentare la fine di questo percorso e il loro passaggio dall’infanzia all’età adulta.»
Un concetto ribadito dai Duffer anche in successiva interviste a THR e Variety
“I personaggi non sanno, perché non possono sapere, e anche il pubblico non può sapere: se fosse viva, Undici sarebbe in pericolo e il suo sacrificio non avrebbe avuto alcun senso. Esiste dunque un valore preciso nel non sapere. I ragazzi, evidentemente, scelgono di credere [alla versione di Mike]. Questa ambiguità è del tutto intenzionale: la storia, in fondo, è raccontata dal punto di vista di Mike e dei suoi amici. Loro non sanno, e di conseguenza non può sapere nemmeno il pubblico. Ci sembrava fosse importante non avere una risposta definitiva, nel lasciare spazio al dubbio e nel mostrare i personaggi che scelgono consapevolmente di credere. Ci è parso più potente rispetto a offrire una soluzione chiara e conclusiva, in un senso o nell’altro. Inoltre, mi piace che gli spettatori si trovino esattamente nella posizione di Mike, Max, Lucas e Dustin: anche loro, come i protagonisti, sono chiamati a scegliere se credere oppure no.”

Il resto dell’episodio distribuisce chiusure coerenti e misurate: Mike diventa scrittore, Dustin diventa un accademico, Lucas e Max trovano una stabilità di coppia mentre Will lascia Hawkins in cerca di un contesto più inclusivo (e sembra trovarlo in un bar).
Ross Duffer
«Ci sono state discussioni tra di noi e anche con gli altri attori, e ognuno aveva idee molto specifiche su dove il proprio personaggio sarebbe arrivato. Volevamo che continuassero i percorsi che avevano già iniziato. Quindi, naturalmente, Dustin è sempre a caccia di sapere. Ma volevamo anche mostrare come la bromance con Steve sia ancora forte, perché nella quinta stagione hanno attraversato un periodo complicato.»
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Matt Duffer
«Mike è un narratore, quindi per noi aveva senso che continuasse a raccontare storie. E per quanto riguarda Will, ci piaceva l’idea che andasse a vivere in una città più grande, dove in una situazione del genere [l’essere gay, ndr] sarebbe stato più accettato. Volevamo che ciascun personaggio trovasse la propria felicità, ma in modi specifici e diversi.»
Hopper e Joyce, dopo anni di tentennamenti, si concedono un nuovo inizio, suggellato dalla proposta di matrimonio e dal riferimento a Montauk, omaggio alle origini concettuali della serie.
Matt Duffer
«Sapevamo che Hopper e Joyce dovevano avere il loro appuntamento finale da Enzo’s. Quella scena conclusiva con loro era pianificata da parecchio tempo. È stato molto difficile ciò che Hopper ha attraversato, soprattutto in relazione a Undici, e ci piaceva l’idea che lui e Joyce avessero l’opportunità di iniziare un nuovo capitolo delle loro vite.
«Per noi ha sempre avuto senso che Steve scegliesse di restare a Hawkins. È il tipo di ragazzo che cresce e finisce per restare nella sua città natale, e che lavora con i bambini. Abbiamo scoperto che è qualcosa in cui è molto bravo. Ci piaceva l’idea che insegnasse e facesse l’allenatore. Non ha figli suoi, ma, come abbiamo lasciato intendere, penso sia solo questione di tempo.»
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Ross Duffer
«Per quanto riguarda Nancy, non abbiamo mai voluto che prendesse la strada più ovvia. Già nella prima stagione, quando sembra avviata lungo il percorso tipico di molte ragazze dei sobborghi, Nancy dimostra chiaramente di essere molto più indipendente, ed è uno dei motivi per cui lei e Jonathan alla fine non stanno insieme. È ancora alla ricerca di se stessa e di ciò che vuole dal mondo, ed è per questo che volevamo darle quel tipo di finale.

La chiusura della serie è affidata a “Heroes” di David Bowie nella versione originale, – un’idea di Joe Keery. Un brano che sintetizza l’intera parabola di Stranger Things: una storia di outsider, legami improbabili e atti di eroismo limitati nel tempo, ma sufficienti a segnare per sempre chi li compie. In questo senso, il destino di Undici non è un vuoto narrativo, ma l’ultima, definitiva forma di crescita.
