L’autore di Questo mondo non mi renderà cattivo, Zerocalcare ha parlato dell’utilizzo di termini razzisti e omofobi, nella serie d’animazione Netflix, spiegando perché ha deciso di censurarne alcuni e tenerne altri. Il riferimento è a termini offensivi che indicano persone di colore e omosessuali. Il fumettista ha ammesso di essere stato molto combattuto e di esserlo ancora riguardo l’utilizzo di certe espressioni, ma facciamo un passo indietro e spieghiamo il contesto.
Le parole sono importanti, diceva un nostro caro amico regista. È una frase che ci è venuta in mente guardando Questo mondo non mi renderà cattivo, la nuova serie di Zerocalcare disponibile dal 9 giugno su Netflix. Una serie che non è il seguito di Strappare lungo i bordi, ma che in qualche modo ne riprende alcuni temi. Al centro della storia c’è l’arrivo nel quartiere sono arrivati di alcuni migranti che sono stati sistemati in un cento d’accoglienza: la cosa scatena le reazioni dei fascisti della zona, e a sua volta la reazione dell’altra parte politica. A un certo punto del racconto, la parola “ne..i” viene sostituita dalle parole “persone con molta melanina”. Zerocalcare lo dice chiaramente; non è per la dittatura del politicamente corretto, ma è un lavoro sulle parole che è molto complicato. Da un lato in un’opera di finzione se c’è un razzista non ha senso farlo parlare in modo pulito. Dall’altra è vero che se uno vuole che certe parole scompaiano dall’uso comune a un certo punto deve pure smettere di usarle, altrimenti va a finire che verranno usate per sempre.
Tenere una parola o no? C’è anche un’altra parola che, invece, viene usata nella serie, che riguarda gli omosessuali. Come sceglie Zerocalcare se tenera una parola o no? “La metto in bocca ai personaggi omofobi, oggettivamente negativi e deprecabili” risponde Michele Rech, in arte Zerocalcare. “Perché una parola sì e una no? Credo che ci sia un grossa confusione in generale su questo tema. Sono state fatte delle battaglie molto giuste all’interno della società. Non ho la soluzione a questa cosa, però andrebbe sviscerata meglio riguardo ai prodotti di fiction. Mentre penso che dovremmo tutti fare uno sforzo nella nostra vita di tutti i giorni, a me interessa che i conflitti della vita vera vengano messi in scena all’interno dei prodotti di fiction. Se l’uso della parola di per sé rischia di essere doloroso, è altrettanto dolorosa una scena in cui si vede un pestaggio, o una situazione violenta, di discriminazione. Rispetto i safe place. Nella fiction dobbiamo immaginarci che sia tutto safe o dobbiamo immaginarci che i conflitti di vita vera debbano essere messi in scena nella loro crudezza? Io ho una risposta che è parziale” continua Zerocalcare. “Mi piacerebbe che ci fosse un confronto collettivo tra persone che stanno dalla stessa parte, che si possano confrontare con punti di vista diversi. Che queste persone siano dei narratori, e che quindi si pongano il problema di mettere in scena queste cose. Sennò diventa una cosa tra attivisti, o persone che invece vogliono solo creare storie e hanno finalità diverse. Sarebbe bello sedersi intorno a un tavolo tra persone che hanno la stessa finalità e fanno lavori diversi e ci aiuti a ragionare”.
