La serie: A Killer Paradox, 2024. Creata da: Lee Chang-hee,Kim Da-min. Cast: Choi Woo-shik,Son Suk-ku,Lee Hee-jun. Genere: Thriller. Durata: 50 minuti circa/8 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Netflix.
Trama: Dopo aver commesso un omicidio accidentale , un normale ragazzo si ritrova coinvolto in un’interminabile caccia del gatto col topo con un astuto detective.
Iniziando la visione di quest’ultima serie tv coreana coreana approdata su Netflix, potrebbe venire il dubbio di trovarsi di fronte a Parasite, capolavoro di Bong Joon-ho e vincitore del premio Oscar al miglior film agli Academy Awards 2020. Questo perché anche A Killer Paradox si apre con l’attore Choi Woo-shik nei panni di un giovane annoiato e senza prospettive che chiacchiera con la sorella tra le quattro mura della loro umile casa di famiglia. Tuttavia, anche se le similitudini con l’opera del regista sudcoreano non finiscono qui, lo show – adattamento dell’acclamato webtoon Naver di Kkomabi – prende fin da subito una piega diversa: vediamo, infatti, il nostro protagonista, prima nel panico per aver accidentalmente assassinato un uomo, poi convincersi lentamente di essere, in realtà, una sorta di giustiziere destinato a ripulire la società.
Come vedremo nella nostra recensione di A Killer Paradox, lo show diretto da Lee Chang-hee, inizia come un thriller ma, pian piano, tra colpi di scena e continue rilevazioni, assume un’altra forma, a metà strada tra una grottesca storia di vendicatori e un racconto dall’aura soprannaturale, mentre cerca di stimolare nello spettatore un complesso dilemma morale: quando è giusto uccidere?
Una fortuna sfacciata

Lee Tang (Choi Woo-shik) è uno studente universitario indolente e privo di prospettive, profondamente annoiato da una vita che sembra non avere mai niente di interessante in serbo per lui. Per non gravare sulla già misera economia familiare, vive da solo in uno squallido appartamento che mantiene attraverso un lavoro part-time presso un minimarket della città. Ed è proprio qui, una sera, che la sua esistenza tanto monotona prende una piega inaspettata: dopo aver staccato dal turno di notte, infatti, si imbatte in un cliente incontrato qualche ora prima in negozio che, ubriaco, inizia a mettergli le mani addosso. Memore dei tanti anni di angherie subite dai bulli del liceo, Tang reagisce d’istinto, estraendo dalla borsa una martello che aveva preso in prestito dal minimarket per appendere un quadro in casa. L’uomo cade a terra, morto, e il ragazzo, rientrato nel proprio appartamento, attende che la giustizia ricada inesorabile su di lui. Questo, però, non accade: non solo, per una serie di fortunate circostanze, non esistono prove a suo carico ma emerge, addirittura, che l’uomo da lui assassinato era in realtà un pluriomicida sotto falsa identità.
Sembrerebbe così conclusa la faccenda fino a quando uno scomodo testimone viene allo scoperto, trascinando Tang in una spirale di efferati omicidi. Con due costanti: la sua sfortuna sfacciata nel non essere mai collocabile sulla scena del crimine e il fatto che tutti coloro a cui toglie la vita erano, a sua insaputa, dei pericolosi criminali. Tang inizia, così, a pensare di essere una sorta di vendicatore dalle speciali capacità ma il detective Jang Nan-gam, che non crede nella giustizia fai da te, è intenzionato a scoprire chi si nasconde dietro tutte queste morti improvvise.
Eroe o assassino?

“Ti consoli perché hai ucciso un omicida??” è questo ciò che chiede il cadavere sanguinante della prima vittima di Tang in uno dei tanti incubi ad occhi aperti del ragazzo e, in fondo, si tratta un po’ della domanda portante dello show. Come abbiamo già accennato, attraverso le indagini investigative del detective Jang Nan-gam e i numerosi flashback di cui la serie è costellata, scopriamo che le persone uccise (all’inizio non intenzionalmente poi sempre più di proposito) dal nostro protagonista nascondevano tutte un passato criminale. Questo porta inevitabilmente all’impossibilità di provare anche solo pietà per le vittime – che, in realtà, erano dei carnefici – e a simpatizzare in qualche modo con l’operato del protagonista, che assume via via i contorni di una sorta di giustiziere.
Di che tipo di vendicatore stiamo parlando, però? O meglio, quali sono le motivazioni che lo spingono all’azione? Man mano che procediamo con la narrazione, emerge la vera natura di Tang, che lo porta dall’essere quello studente timido e inerme dei primissimi episodi al freddo calcolatore con deliri quasi di onnipotenza. Uccidere rappresenta quindi davvero un modo per ottenere giustizia, offrendo una sorta di servizio all’umanità, o si tratta semplicemente di una scusa per dar sfogo ai propri istinti violenti più reconditi? Il confine è labile.
Una serie visivamente appagante

La bellezza di A Killer Paradox, oltre che nel susseguirsi di colpi di scena che comportano una crescita di tensione costante, risiede anche e soprattutto nella sua resa delle immagini. Il nostro protagonista appare infatti tormentato dai fantasmi della sue vittime, manifestazione del suo senso di colpa e voce di quei pensieri che cerca in tutti i modi di mettere a tacere per poter giustificare le proprie azioni. Nelle allucinazioni e negli incubi ad occhi aperti di Tang trasposti sullo schermo, vediamo tutta la sua derivazione dal webtoon originale, un escamotage capace di conferire estrema dinamicità alla narrazione e di dar vita a una vera e propria festa visiva, seppur spesso brutale.
La recensione in breve
A Killer Paradox inizia come un thriller ma, pian piano, tra colpi di scena e continue rilevazioni, assume un'altra forma, a metà strada tra una grottesca storia di vendicatori e un racconto dall'aura soprannaturale, mentre cerca di stimolare nello spettatore un complesso dilemma morale: quando è giusto uccidere?
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