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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Black Rabbit, la recensione: quando il passato presenta… il conto

Black Rabbit, la recensione: quando il passato presenta… il conto

La recensione di Black Rabbit, Jason Bateman e Jude Law in un cupo crime familiare Netflix ambientato a Brooklyn.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini18 Settembre 2025
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Una scena di Black Rabbit.
Una scena di Black Rabbit. Fonte: Netflix.
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La serie: Black Rabbit, 2025. Creata da: Kate Susman, Zach Baylin. Cast:Jason Bateman, Jude Law, Abbey Lee, Dagmara Dominczyk Genere: : Giallo, Drammatico. Durata: 1 ora circa/8 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Netflix.

Trama: Vince torna a New York con addosso un mare di debiti e finisce per piombare nella vita del fratello Jake, che intanto cerca di far decollare il suo ristorante. La loro convivenza riaccende vecchi rancori e li trascina entrambi in un giro di minacce, affari sporchi e scelte sbagliate da cui è difficile uscire.

A chi è consigliato? Agli amanti dei crime drama cupi e dei racconti familiari pieni di tensioni irrisolte.


Con Black Rabbit, miniserie in otto episodi disponibile su Netflix, Jason Bateman – anche regista dei primi due episodi – e Jude Law uniscono le forze e portano sullo schermo una storia di dinamiche familiari tossiche, debiti, ambizione spropositata sullo sfondo di Brooklyn. La serie si muove tra i toni del crime-drama e del dark comedy, riportando inevitabilmente con la mente a produzioni come Ozark e The Bear, ma declinati in chiave newyorchese. Sul tavolo ci sono temi forti: la famiglia come prigione, la moralità, il prezzo della successo in un contesto in cui legalità e criminalità si confondono.

Tra ristoranti, debiti e vecchi rancori

Una scena di Black Rabbit.
Una scena di Black Rabbit. Fonte: Netflix.

La storia ruota attorno al ristorante Black Rabbit, gestito da Jake (Jude Law). Proprio mentre aspetta la recensione che potrebbe decretarne il successo, ricompare Vince (Jason Bateman), di ritorno a New York dopo l’ennesima truffa finita male e con un debito di gioco che lo espone a minacce concrete. La sua presenza non solo riapre vecchie ferite con il fratello, ma trascina entrambi in un vortice di ricatti e violenze. Attorno ai due gravitano la chef Roxie (Amaka Okafor), talentuosa ma poco valorizzata, Estelle (Cleopatra Coleman), designer divisa fra ambizione e rapporti personali, e Gen (Odessa Young), la figlia di Vince che non vuole saperne di lui. Dall’altra parte c’è Joe Mancuso (Troy Kotsur), boss tanto silenzioso quanto implacabile, accompagnato dal figlio Junior (Forrest Weber) e dall’imprevedibile Babbitt (Chris Coy).

Due fratelli in conflitto

Una scena di Black Rabbit.
Una scena di Black Rabbit. Fonte: Netflix.

Il cuore della serie è il rapporto tra Vince e Jake. Bateman costruisce un personaggio cinico ma capace di strappare un sorriso anche nei momenti più cupi; Law porta sullo schermo un uomo ossessionato dal successo ma fragile nelle scelte. La dinamica tra i due è credibile, soprattutto nei litigi che alternano rancori e complicità. Il problema è che la sceneggiatura insiste troppo su questo schema, con discussioni che si ripetono fino a diventare troppo prevedibili, portando la narrazione a girare su se stessa.

Antieroi senza direzione

Una scena di Black Rabbit.
Una scena di Black Rabbit. Fonte: Netflix.

Black Rabbit prova a inserirsi nel solco delle grandi serie sugli anti-eroi, ma i protagonisti non hanno lo spessore dei modelli a cui guarda: Vince viene trattato come un simpatico imbroglione nonostante le sue azioni gravi, Jake come un uomo in crisi che non riesce a trasmettere vera ambiguità. I personaggi secondari restano sullo sfondo e raramente trovano spazio per crescere. L’unico a distinguersi è Joe Mancuso: Troy Kotsur, pur con poche scene, dà vita a un boss carismatico, minaccioso e insieme malinconico, che finisce per rubare la scena a tutti gli altri.

Atmosfere e regia

Una scena di Black Rabbit.
Una scena di Black Rabbit. Fonte: Netflix.

La serie punta su toni cupi e una fotografia che ricorda Ozark. Bateman, che dirige i primi episodi, imposta un ritmo lento e dialoghi molto verbosi; nella parte finale Justin Kurzel porta più tensione e un uso più efficace delle ambientazioni di Brooklyn. Le ultime due puntate riescono a costruire momenti di reale suspense, ma il finale cede a un epilogo sentimentale che spegne gran parte della tensione accumulata. Il risultato è una chiusura che lascia più la sensazione di un compromesso che di una conclusione coerente.

La recensione in breve

6.0 Discontinuo

Black Rabbit prova a mescolare il crime drama con la storia di due fratelli segnati da errori e ambizioni irrealizzate. Bateman e Law funzionano come coppia, anche se la scrittura li costringe a litigi ripetuti che finiscono per appesantire il ritmo. I personaggi secondari restano sullo sfondo e raramente trovano spazio, fatta eccezione per Joe Mancuso: Troy Kotsur, con poche scene, regala al suo boss un carisma che oscura tutti gli altri. La regia alterna momenti statici a improvvisi slanci di tensione, trovando equilibrio solo nelle ultime puntate. Il finale, più sentimentale che coerente, lascia l’impressione di una serie che intrattiene ma non riesce a incidere davvero.

Pro
  1. Buona chimica tra Bateman e Law
  2. Interpretazione di Troy Kotsur, carismatica e sorprendente
  3. Ambientazioni di Brooklyn rese con autenticità
Contro
  1. Trama ripetitiva e a tratti prevedibile
  2. Personaggi secondari poco sviluppati
  • Voto CinemaSerieTV 6.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
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