La serie: House of Guinness, 2025. Creata da: Álex Pina, Esther Martínez Lobato. Cast: Joaquín Furriel, Natalia Verbeke, Carlos Santos, Miren Ibarguren. Genere: : Drammatico, thriller. Durata: 1 ora circa/8 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Netflix.
Trama: Nel 1868, alla morte di Sir Benjamin Guinness, i quattro figli si contendono il controllo dell’impero di famiglia. Tra ambizioni personali, lotte fraterne e tensioni politiche, il nome Guinness rischia di diventare più un peso che un privilegio.
A chi è consigliato? La serie piacerà a chi ama i drammi storici con atmosfere cupe e scenari spettacolari.
Con House of Guinness, Steven Knight – creatore di Peaky Blinders – torna su Netflix con una nuova saga familiare ambientata nell’Irlanda di fine Ottocento. Al centro della vicenda ci sono i Guinness, la famiglia che ha trasformato la birra in un impero economico e culturale. La serie, sostenuta dalle interpretazioni di Anthony Boyle, Louis Partridge, Fionn O’Shea, Emily Fairn e James Norton, racconta il vuoto lasciato dalla morte del patriarca e la lotta per il controllo di una delle aziende più potenti del Paese, mentre le strade di Dublino esplodono di rivolte politiche e tensioni sociali.
Un’eredità che divide

Dublino, 1868. Sir Benjamin Guinness muore lasciando i suoi quattro figli a fronteggiare un’eredità che rischia di dividerli. Arthur (Anthony Boyle), il maggiore, preferisce i vizi di Londra al lavoro in fabbrica; Edward (Louis Partridge), il più giovane, ha la testa e l’ambizione per guidare il birrificio, ma non il diritto di nascita; Benjamin (Fionn O’Shea), fragile e autodistruttivo, non riesce a liberarsi da alcool e gioco; Anne (Emily Fairn), segnata dalla malattia e da una fede incrollabile, viene esclusa a priori per il semplice fatto di essere una donna. Ad affiancarli c’è Rafferty (James Norton), uomo di fiducia e vero regista nell’ombra, mentre fuori dai cancelli si fanno sempre più forti le voci dei Fenians, guidati da Ellen (Niamh McCormack) e Paddy (Seamus O’Hara), che vedono nei Guinness il simbolo di un potere da abbattere. Tra testamenti, funerali e amori destinati a creare scandalo, la famiglia deve scegliere se difendere la propria posizione o rischiare di perderla per sempre.
La spettacolarizzazione del racconto

La serie colpisce subito per il suo stile visivo: ingressi in slow motion, esplosioni che trasformano la città in un set cinematografico, dialoghi dai toni quasi teatrali. La regia di Tom Shankland non cerca la sobrietà ma l’impatto, sostenuta da una colonna sonora moderna che accompagna scene pensate per restare impresse nella mente dello spettatore. L’effetto è accattivante, anche se questa attenzione al gesto e alla spettacolarità spesso lascia meno spazio all’approfondimento dei personaggi. Il pubblico resta coinvolto, ma a volte con la sensazione di assistere più a un grande spettacolo che a un dramma intimo.
Il ritratto dei Guinness: tra privilegio e fragilità

Knight sceglie un approccio diverso da quello di Peaky Blinders: i Guinness non sono dipinti come figure corrotte o spietate, ma come persone sospese tra il privilegio e le loro debolezze. Arthur incarna il rifiuto del dovere, Edward l’ambizione di espandere l’impero, mentre Anne e Benjamin restano ai margini, vittime rispettivamente delle convenzioni sociali e dei propri demoni. La serie mostra come la famiglia cerchi di apparire unita e benefattrice, ma senza mai nascondere la distanza che la separa da un popolo povero e in rivolta. Non è un racconto di condanna, bensì di contraddizioni, dove l’empatia verso i protagonisti convive con la consapevolezza del loro privilegio.
Una saga avvincente, ma discontinua

La serie parte con grande forza, presentando subito conflitti familiari, proteste di piazza e scelte destinate a segnare il futuro dei protagonisti. Con il passare degli episodi, però, la narrazione perde compattezza: le sottotrame si moltiplicano e alcuni personaggi finiscono ai margini, con passaggi che appaiono più ripetitivi che necessari. Rimangono convincenti le interpretazioni – James Norton in particolare – e la capacità della serie di intrecciare vicende personali e tensioni storiche in un’Irlanda attraversata da cambiamenti radicali. House of Guinness non ha l’impatto di Peaky Blinders, ma offre comunque un racconto solido per chi è attratto dalle saghe familiari e dalle lotte per il potere.
La recensione in breve
House of Guinness porta lo spettatore nella Dublino ottocentesca, tra funerali interrotti da proteste, amori scandalosi e lotte intestine per l’eredità di un impero brassicolo. Steven Knight sceglie la via del grande spettacolo, privilegiando immagini potenti e momenti teatrali a discapito di un approfondimento più sottile dei personaggi. Il risultato è una serie che seduce con il ritmo e lo stile, ma che nella seconda parte perde un po’ di compattezza, dispersa tra troppe sottotrame. Restano memorabili le interpretazioni, in particolare quella di James Norton, e l’atmosfera di un’Irlanda attraversata da fermenti politici e sociali. Nonostante i suoi limiti, la serie riesce a coinvolgere e a restituire il fascino di una dinastia che ha segnato un’epoca.
Pro
- Ricostruzione storica suggestiva e scenografie imponenti
- Cast convincente con un magnetico James Norton
- Equilibrio tra storia familiare e fermento politico
Contro
- Seconda parte troppo dispersiva e ridondante
- Alcuni personaggi secondari poco approfonditi
- Voto CinemaSerieTV
