La serie: Il Mostro, 2025. Creata da: Stefano Sollima. Cast: Marco Bullitta, Valentino Mannias, Francesca Olia, Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Antonio Tintis, Giordano Mannu. Genere: True Crime, sopravvivenza. Durata: 50 min circa/4 episodi. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Trama: Otto duplici omicidi, diciassette anni di terrore, un solo filo conduttore: la Beretta calibro 22 del Mostro di Firenze. La serie di Stefano Sollima ricostruisce l’inchiesta attraverso i punti di vista dei protagonisti, trascinando lo spettatore nel cuore dell’orrore.
A chi è consigliato? Consigliata a chi ama il true crime e le narrazioni cupe, che non cercano risposte definitive ma riflessioni sul male.
Con Il Mostro, presentato in anteprima alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in uscita su Netflix il 22 ottobre, Stefano Sollima compie un salto nel buio della memoria collettiva italiana. La serie in quattro episodi, infatti, affronta uno dei capitoli più cupi della cronaca nera del nostro paese: il caso del Mostro di Firenze, primo e più spietato serial killer della nostra storia. Sollima sceglie un approccio che non semplifica, ma moltiplica i punti di vista: perché il mostro, suggerisce la serie, potrebbe nascondersi ovunque, forse perfino dentro di noi.
La narrazione prende il via nella notte tra il 19 e il 20 giugno 1982, quando Paolo Mainardi e Antonella Migliorini – dopo essersi appartati nella loro auto in località Baccaiano, provincia di Firenze – vengono brutalmente assassinati, vittime di una mano che ha già colpito e che continuerà a farlo per diciassette anni. Otto duplici omicidi, sempre con la stessa pistola: una Beretta calibro 22. L’inchiesta si addentra in un labirinto fatto di piste interrotte, sospetti mutevoli e verità sfuggenti. La famiglia Mele, Pietro Pacciani, i “compagni di merende” Mario Vanni e Giancarlo Lotti emergono come figure centrali, ognuna sospesa tra colpa, innocenza e l’ombra del sospetto che si allunga sempre più. A indagare troviamo magistrati e investigatori, costretti a inseguire una verità che sembra sempre deformarsi davanti ai loro occhi. Ogni episodio segue diversi punti di vista, quelli dei protagonisti della vicenda, spostando continuamente la prospettiva e costringendo lo spettatore a vivere lo stesso smarrimento che ha segnato le indagini.
Un labirinto di verità

Uno degli aspetti più potenti della serie è il suo impianto narrativo frammentato. Seguendo il punto di vista dei diversi protagonisti, Il Mostro ricostruisce il caso come un mosaico che non combacia mai del tutto. La verità sembra vicina, ma sfugge sempre di mano: i sospetti si accumulano, i colpevoli si moltiplicano, e il racconto riflette fedelmente l’impasse giudiziaria che ha segnato la storia reale. Lo spettatore si ritrova a vivere lo stesso disorientamento di investigatori e magistrati, condannato a perdersi in un labirinto senza uscita. Il “mostro” diventa così un’entità sfuggente, più simbolica che materiale: non solo l’assassino, ma l’incarnazione del male che può annidarsi in chiunque, pronto a emergere dove meno ci si aspetta. È proprio questa incertezza a rendere la serie disturbante: perché il terrore più grande non è il volto del colpevole, ma la possibilità che il volto possa essere quello di chiunque.
Il peso delle indagini

Un elemento di grande interesse è l’attenzione che la serie dedica alle tecniche investigative dell’epoca. Non ci si limita a citare i procedimenti, ma li si mostra in modo concreto, facendo emergere il contesto storico e culturale in cui le indagini si sono sviluppate. Dal guanto di paraffina usato per rilevare le tracce di polvere da sparo, alle autopsie condotte con metodologie ancora lontane dagli standard della scienza forense moderna, Il Mostro ci restituisce la dimensione di un’indagine combattuta con strumenti imperfetti, tra intuizioni, errori e mancanza di mezzi adeguati. Questa ricostruzione non ha solo un valore documentario: sottolinea la fragilità delle verità processuali e l’impossibilità, a distanza di decenni, di distinguere con chiarezza tra giustizia e fallimento. La serie mostra così il lato più umano, e più inquietante, delle indagini: quello in cui la ricerca della verità rischia continuamente di smarrirsi tra le pieghe delle procedure.
Il ritorno di Sollima al crime

Con Il Mostro, Sollima conferma la sua padronanza del genere crime, ma compie un passo ulteriore. Dopo aver raccontato la violenza organizzata in Romanzo Criminale, Suburra e Adagio, sceglie di confrontarsi con il male nella sua forma più pura e indecifrabile. Non ci sono codici criminali, non ci sono equilibri di potere: resta solo l’oscurità di un assassino mai davvero individuato. La regia mantiene il respiro internazionale a cui Sollima ci ha abituati, ma si fa più asciutta, quasi documentaria, capace di restituire un realismo che intrappola lo spettatore. Il Mostro non cerca la catarsi, non concede risposte né consolazioni: è un’opera che ci lascia nell’inquietudine, ricordandoci che la memoria del dolore non si risolve: si attraversa, si custodisce e, forse, si tramanda per non dimenticare.
La recensione in breve
Il Mostro non è soltanto una serie crime, ma un’opera che affronta la memoria nera del Paese con rigore e coraggio. Sollima evita tanto la morbosità quanto l’edulcorazione, scegliendo di attraversare l’orrore senza filtri. Il continuo ribaltamento dei punti di vista intrappola lo spettatore nello stesso labirinto che ha reso le indagini interminabili. Interessante anche l’attenzione alle tecniche investigative dell’epoca, restituite con precisione rara nel panorama audiovisivo. Il risultato è un racconto teso, cupo e inquieto, che interroga più che rispondere, e proprio per questo rimane impressa.
Pro
- La regia di Sollima: asciutta, tesa e capace di catturare l’orrore
- Struttura a punti di vista multipli che coinvolge e disorienta lo spettatore
- Attenta ricostruzione delle tecniche investigative dell’epoca
Contro
- Ritmo a tratti dilatato, che rischia di appesantire alcuni episodi
- Voto CinemaSerieTV
