La serie: Mercy for None, 2025. Creata da: Choi Sung-eun e Yoo Ki-seong. Cast:So Ji-seob, Huh Joon-ho, Ahn Kil-kang, Lee Beom-su, Gong Myoung, Jo Han-chul. Genere: Crime, Azione. Durata: 40 min circa/7 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Netflix
Trama: Dopo l’omicidio del fratello minore, l’ex gangster Nam Ki-jun torna nel sottobosco criminale da cui era uscito, deciso a scoprire la verità. La sua vendetta lo porterà a scatenare una guerra tra clan, svelando intrighi, alleanze e tradimenti.
A chi è consigliato? Consigliata agli amanti del revenge thriller coreano, dell’azione viscerale e dei personaggi tormentati.
Nel sempre più florido panorama dei thriller coreani, Mercy for None, la nuova serie targata Netflix uscita oggi, 6 giugno 2025, si inserisce con decisione tra i titoli da non perdere. Sviluppata a partire dal webtoon Plaza Wars, la serie diretta da Kim Yong-wan (My Name, The Cursed) è un action-drama cupo, brutale e sorprendentemente introspettivo, che racconta la spirale di vendetta di un ex gangster costretto a rimettere piede in un mondo che aveva giurato di lasciarsi alle spalle. Protagonista assoluto è So Ji-seob (Doctor Lawyer, Always), che incarna con intensità e presenza fisica il ruolo del tormentato Nam Ki-jun. Accanto a lui, un cast solido e ben calibrato che include Lee Jun-hyuk, Gong Myoung, Heo Joon-ho e Ahn Kil-kang. Mercy for None affronta tematiche classiche del noir asiatico come la vendetta, la corruzione e i legami familiari, il tutto filtrato attraverso un’estetica cruda, una narrazione piena di colpi di scena e una coreografia d’azione al limite dell’iperrealismo.
Fratelli, sangue e criminalità

Un tempo temuto tenente del clan Bongsan, Nam Ki-jun (So Ji-seob) ha lasciato il crimine undici anni fa, pagando il prezzo più alto: si è reciso il tendine d’Achille per farsi dimenticare da un mondo che non perdona la diserzione. Rifugiatosi tra tende da campeggio e silenzio, l’uomo vive da eremita fino a quando suo fratello minore Ki-seok (Lee Jun-hyuk), legato alla gang rivale Joowon, viene brutalmente assassinato: spinto dal dolore e da una furia cieca, Ki-jun torna così a calcare i marciapiedi dell’inferno criminale di Seul. La sua missione di vendetta lo porta a incrociare di nuovo la strada del vecchio boss Gu Bong-san (An Kil-kang) e del suo imprevedibile figlio Jun-mo (Gong Myoung), giovane psicopatico con una scorta illimitata di scagnozzi e un ego smisurato. Mentre le due famiglie criminali entrano in lotta, Ki-jun si ritrova al centro di una spirale di sangue dove nessuno è chi dice di essere, e ogni passo verso la verità è segnato da nuove menzogne, doppi giochi e… cadaveri.
Vendetta, tremenda vendetta

Nonostante il suo impianto narrativo sembri già visto e rivisto – l’ex criminale che ritorna all’inferno per vendicare un fratello – Mercy For None riesce a distinguersi grazie a una narrazione che intreccia vendetta personale e decadenza collettiva. Il dolore del protagonista non è solo motore dell’azione, ma anche lente d’ingrandimento su un universo popolato da padri accecati dall’amore per figli indegni, da lealtà svuotate di significato e da un codice d’onore ormai privo di fondamenta.
La sequenza in cui Ki-jun esce zoppicante da un edificio e si perde nella notte di un sottopassaggio rappresenta la sua discesa definitiva negli inferi, un’iconografia cupa che richiama il noir più tragico. In questo senso, il simbolismo appare molto efficace, conferendo quasi una dimensione mitica al protagonista e trasformandolo in un angelo sterminatore con il cuore colmo di tristezza.
Azione a mani nude

La serie opta per un’azione più corporea, viscerale e ravvicinata: le armi da fuoco sono quasi del tutto assenti, qui si combatte con coltelli, mazze e mani nude. I combattimenti sono diretti, brutali, spesso al limite del credibile (alcuni uomini letteralmente “lanciati” da una parte all’altra della scena) ma mai noiosi. La sequenza iniziale in un internet café, dove Ki-jun demolisce una banda di teppisti adolescenti, è una dichiarazione d’intenti: violenza come linguaggio universale, e il protagonista come suo sommo sacerdote. Tuttavia, man mano che gli episodi avanzano, la spettacolarità tende a soffocare la tensione: la sensazione che il protagonista sia invincibile – ferito solo nell’anima, mai nel corpo – indebolisce l’impatto emotivo. Alcuni avversari sembrano messi lì solo per cadere, e quando finalmente arriva un degno rivale (un ex pugile, un assassino nippo-coreano), la loro minaccia svanisce troppo in fretta. Il ritmo, però, resta sostenuto, e la varietà delle coreografie riesce a mantenere alto l’interesse.
Poca sostanza

Mercy For None è figlia di una tradizione, quella dei noir coreani post-Oldboy, dove la forma è spesso esuberante quanto la violenza. Visivamente, la serie è impeccabile: luci al neon, ambientazioni urbane claustrofobiche, ralenti dosati con intelligenza e un uso simbolico dei colori che amplifica la tensione drammatica. Ma sotto questa patina lucida si nasconde una scrittura carente, che spesso introduce personaggi solo per poi abbandonarli o confonderli tra le fazioni. Le due gang rivali, Bongsan e Joowon, finiscono per essere entità nebulose, e spesso si fatica a ricordare chi fa parte di cosa. Gli unici personaggi davvero memorabili sono quelli interpretati da So Ji-seob e Gong Myoung, quest’ultimo inquietante nella sua follia lucida e infantile. Peccato, però, per l’assenza quasi totale di personaggi femminili: l’unica donna degna di nota, una detective interpretata da Lee Sang-hee, è relegata subito ai margini. È un limite non solo narrativo ma anche simbolico, che conferma quanto l’action coreano, quando abbraccia il machismo, rischi di diventare autoreferenziale e monocorde.
La recensione in breve
Mercy for None è un revenge drama che sa bene cosa vuole essere: crudo, diretto, a tratti iperbolico. So Ji-seob regge da solo il peso di una narrazione essenziale, ma fisicamente devastante, con una performance intensa e calibrata. L’azione, seppur ripetitiva, è sempre visivamente soddisfacente e coreograficamente solida. La serie riesce a intrattenere, pur sacrificando profondità psicologica e rappresentazione femminile. Gli eccessi fanno parte del gioco, ma si percepisce un certo squilibrio tra forma e sostanza. Nonostante tutto, rimane un prodotto di genere dignitoso e coinvolgente.
Pro
- Coreografie d’azione fisiche e ben realizzate
- Tensione costante e colpi di scena credibili
- Estetica noir curata e coerente
- Interpretazione magnetica di So Ji-seob
Contro
- Antagonisti poco credibili nel lungo periodo
- Troppe sottotrame confuse o inutili
- Nessuna presenza femminile davvero rilevante
