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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Squid Game 3, la recensione: l’umanità al bivio finale

Squid Game 3, la recensione: l’umanità al bivio finale

La recensione di Squid Game 3, un finale tesissimo che, tra violenza e dilemmi morali, conclude la saga con forza e umanità.
Sofia BiaginiDi Sofia Biagini27 Giugno 2025
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Squid Game 3
Squid Game 3. Fonte: Netflix.
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La serie: Squid Game 3, 2025. Creata da: Hwang Dong‑hyuk. Cast: Lee Jung-jae, Lee Byung-hun, Wi Ha-joon, Im Si-wan, Kang Ha-neul, Park Gyu-young, Park Sung-hoon, Yang Dong-geun, Kang Ae-shim, Jo Yu-ri, Lee David, Roh Jae-won. Genere: Thriller, sopravvivenza. Durata: 1 ora circa/6 episodi. Dove l’abbiamo visto: in anteprima su Netflix.

Trama: Riprendendo esattamente da dove ci eravamo fermati, la terza stagione vede Gi-hun (Lee Jung-jae) di nuovo intrappolato nel gioco che voleva distruggere. Mentre le prove si fanno più crudeli e le relazioni più complesse, vecchi e nuovi personaggi si contendono la salvezza tra le fauci di un sistema sempre più spietato. Intanto, le indagini di Jun-ho (Wi Ha-joon) si intrecciano con verità scomode e alleanze inaspettate.

A chi è consigliato? A chi ha amato le prime stagioni e cerca un epilogo maturo, doloroso e carico di tensione. Consigliata anche a chi apprezza serie che fondono thriller, critica sociale e profondità psicologica.


Dopo aver segnato un punto di svolta nella serialità contemporanea, Squid Game torna con la sua terza e ultima stagione, promettendo un capitolo conclusivo cupo, ambizioso e carico di tensione. Creato e diretto da Hwang Dong-hyuk, lo show ha imposto un linguaggio visivo e narrativo che ha travalicato i confini del K-drama, affermandosi come fenomeno globale e potente riflessione sul capitalismo, sulla disuguaglianza sociale e sulla spettacolarizzazione del dolore. In questa nuova stagione, Netflix alza ulteriormente la posta in gioco: non solo l’attesa per questi episodi conclusivi è altissima, ma il colosso dello streaming dovrà fare in modo di chiudere il cerchio con coerenza e senza snaturare ciò che ha reso la serie un vero e proprio cult a livello internazionale. Missione compiuta?

Chi ne uscirà illeso?

Una scena di Squid Game 3.
Una scena di Squid Game 3. Fonte: Netflix.

La stagione riprende esattamente dove si era interrotta la seconda: Gi-hun (Lee Jung-jae), fallito il tentativo di uccidere il Front Man (Lee Byung-hun), viene nuovamente trascinato nell’arena, non più come semplice giocatore ma come pedina consapevole di un disegno più grande. Le dinamiche cambiano radicalmente: Gi-hun non gioca più per vincere, ma per distruggere il sistema dall’interno. Intanto, l’investigatore Jun-ho (Wi Ha-joon), ancora vivo, prosegue la sua indagine sulla misteriosa isola, mentre il Capitano Park (Oh Dal-su) tesse una rete di inganni al servizio del Front Man. Nuove figure emergono, tra cui la combattiva Jun-hee (Jo Yu-ri), Geum-ja (Kang Ae-shim), madre in cerca di espiazione, e Hyun-ju (Park Sung-hoon), ex soldato transgender con un passato indecifrabile. Ma ciò che rende questa stagione irripetibile è il modo in cui le storie collaterali, i drammi personali e le scelte morali si fondono con giochi ancora più spietati e simbolici, come l’infernale versione del salto alla corda o la nuova, devastante prova delle biglie. Non è più solo una competizione: è una discesa all’inferno, un’ultima possibilità per restare umani in un contesto che di umano ha perso ogni traccia.

La centralità del conflitto interiore

Una scena di Squid Game 3.
Una scena di Squid Game 3. Fonte: Netflix.

Se la prima stagione aveva sorpreso per l’idea cruda ma brillante di trasformare giochi infantili in strumenti di morte, e la seconda aveva iniziato a esplorare le crepe morali dei partecipanti, la terza stagione affonda il coltello nel cuore della questione: che cosa resta dell’uomo quando la sopravvivenza diventa un’abitudine? Adesso la violenza, per quanto estrema, non è più fine a se stessa: ogni morte ha un peso narrativo, ogni scelta una conseguenza irreversibile. Così, il creatore della serie Hwang Dong-hyuk abbandona definitivamente la spettacolarizzazione della brutalità per immergersi in un territorio più oscuro: quello dell’etica. Gi-hun, l’ex ingenuo vincitore, è ora un uomo che ha visto troppo per poter credere ancora nella redenzione e la sua missione, ormai, non è più vincere o salvarsi, ma mettere fine a un circolo vizioso di dolore. E nel farlo, lo spettatore viene portato a riflettere sul valore del libero arbitrio in condizioni di coercizione estrema, e sull’umanità che sopravvive, nonostante tutto.

Le vere protagoniste sono le storie

Una scena di Squid Game 3.
Una scena di Squid Game 3. Fonte: Netflix.

Uno degli elementi più sorprendenti della terza stagione è la forza delle interpretazioni e l’accuratezza nella costruzione dei personaggi secondari. Jun-hee (Jo Yu-ri), sottostimata nella stagione precedente, trova qui uno spazio centrale: il suo arco narrativo, fatto di coraggio silenzioso e scelte dolorose, rappresenta una delle evoluzioni più riuscite di tutto il cast. Ma è Kang Ae-shim, nei panni della fragile ma determinata Geum-ja, a consegnare alla serie il momento più straziante e potente di tutta la trilogia. Una scena a metà stagione, in cui affronta il vero motivo per cui è entrata nel gioco, basta da sola a giustificare l’intera esistenza di questa terza parte. Anche i personaggi più ambigui, come il manipolatore Myung-gi (Im Si-wan) o il subdolo Nam-gyu (Roh Jae-won), trovano una dimensione sfaccettata, che impedisce al pubblico di etichettarli come semplici villain. Non ci sono buoni e cattivi in Squid Game 3, solo anime spezzate che lottano per un motivo, qualsiasi esso sia. Ed è proprio questa complessità emotiva a rendere la narrazione così coinvolgente e autentica.

L’eredità di Squid Game

Una scena di Squid Game 3.
Una scena di Squid Game 3. Fonte: Netflix.

Con la terza stagione, Squid Game non si limita a chiudere un arco narrativo, ma riafferma la propria identità come opera che sa parlare al presente, scavando nei dilemmi morali dell’umanità con uno sguardo affilato, viscerale e profondamente empatico. Hwang Dong-hyuk evita la trappola del compiacimento e porta avanti la sua riflessione sulla disperazione, il potere e la deumanizzazione con un rigore narrativo che raramente si incontra nel panorama televisivo contemporaneo. Al centro non ci sono più soltanto le sfide letali, ma la discesa interiore dei personaggi in territori etici sempre più ambigui. Non sappiamo se la serie avrà un seguito o se si estenderà altrove, ma quello che è certo è che questa stagione rappresenta un punto di non ritorno, una parabola potente che trasforma lo spettacolo in una vera e propria esperienza emotiva. Squid Game resta una riflessione spietata sull’animo umano e, proprio per questo, impossibile da dimenticare.

La recensione in breve

7.5 Inesorabile

Squid Game 3 è una discesa senza ritorno nel cuore dell’oscurità umana, dove la lotta per la sopravvivenza diventa il pretesto per interrogarsi su potere, perdono e dignità. Hwang Dong-hyuk firma sei episodi tesissimi, che non puntano più sull’effetto sorpresa ma sull’intensità emotiva. I personaggi – finalmente più stratificati – portano sulle spalle il peso della storia, e le loro scelte si imprimono nella memoria. Non tutto è perfetto, soprattutto nei rari momenti in cui il ritmo inciampa o i VIP tornano a distrarre. Ma nel complesso, questa stagione chiude un cerchio con coraggio e coerenza, ed è questo che la rende necessaria.

Pro
  1. Personaggi approfonditi umanità
  2. Temi morali trattati con rigore e coraggio
  3. Prove ancora più brutali
Contro
  1. I VIP rimangono una nota stonata
  2. Si ha spesso la sensazione di ripetitività rispetto alle precedenti stagioni
  • Voto CinemaSerieTV 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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