Quattro studenti uccisi nel cuore della notte, due coinquiline sopravvissute e un’intera cittadina universitaria travolta dalla paura. Il caso dei delitti dell’Università dell’Idaho possiede tutti gli elementi che alimentano il true crime contemporaneo: un crimine apparentemente inspiegabile, una lunga caccia al sospettato, prove genetiche, teorie online e un imputato che continua a non fornire un movente.
Divisa in tre episodi e diretta da Skye Borgman, The Idaho Murders: incubo al college ricostruisce l’omicidio di Madison Mogen, Kaylee Goncalves, Xana Kernodle ed Ethan Chapin, avvenuto il 13 novembre 2022 in una casa di Moscow, nell’Idaho. La docuserie Netflix dispone di filmati delle bodycam, registrazioni delle chiamate di emergenza, testimonianze degli investigatori e interviste alle persone vicine alle vittime. Ma la sua scelta più importante è un’altra: impedire che Bryan Kohberger diventi l’unico centro del racconto.
Prima del caso, c’erano quattro ragazzi
Molti documentari true crime presentano le vittime attraverso fotografie, date e brevi descrizioni, per poi spostare immediatamente l’attenzione sull’assassino. Una notte nell’Idaho prova invece a sottrarle a quella funzione narrativa. Madison, Kaylee, Xana ed Ethan vengono raccontati attraverso video, immagini quotidiane e ricordi delle persone che li conoscevano. Non sono soltanto i quattro studenti trovati senza vita nella casa di King Road, ma ragazzi con amicizie, progetti, relazioni e famiglie che ancora faticano ad accettare ciò che è accaduto.
Questa parte non serve semplicemente a commuovere lo spettatore ma stabilisce il punto di vista della docuserie e chiarisce che il caso non appartiene esclusivamente alla cronaca giudiziaria. Ogni dettaglio dell’indagine viene riportato alle conseguenze che ha avuto su persone reali, dal dolore dei familiari al trauma delle due coinquiline sopravvissute.
Il primo episodio restituisce il caos di quelle ore

La ricostruzione della mattina del 13 novembre è il segmento più duro della serie. Le immagini registrate dalle telecamere degli agenti mostrano amici, studenti e coinquilini fuori dall’abitazione, ancora incapaci di comprendere fino in fondo ciò che è successo. Particolarmente efficace è il modo in cui viene raccontata la confusione delle prime ore: le informazioni circolano in maniera frammentaria, l’università invia un avviso agli studenti e alcuni amici scoprono la morte dei ragazzi prima ancora di ricevere una comunicazione diretta.
La docuserie affronta anche uno degli aspetti più discussi del caso: il lungo intervallo tra gli omicidi e la telefonata al numero di emergenza. Le testimonianze e le valutazioni riportate evitano di trasformare le due sopravvissute in imputate pubbliche. Il ritardo non viene ignorato, ma inserito nel contesto dello shock, della paura e dell’impossibilità di immaginare che quattro persone fossero state uccise nella stessa casa. È un passaggio necessario, soprattutto considerando la violenza con cui internet si è accanito sulle coinquiline e sugli amici delle vittime.
Quando i social cercano un colpevole

Prima dell’arresto di Bryan Kohberger, il vuoto lasciato dall’indagine è stato riempito da migliaia di utenti convinti di poter risolvere il caso osservando video, fotografie e profili social. La docuserie dedica spazio alle accuse rivolte contro persone che non avevano alcun legame con gli omicidi. Amici e conoscenti delle vittime hanno ricevuto messaggi, minacce e domande mentre stavano ancora cercando di elaborare la morte di quattro ragazzi.
Questo è uno dei punti più lucidi del racconto. Una notte nell’Idaho mostra come il true crime non sia soltanto un genere televisivo, ma una forma di consumo che può produrre conseguenze reali. Le teorie nate online non restano confinate nei forum: raggiungono le famiglie, alterano la percezione pubblica e trasformano persone comuni in sospettati davanti a un tribunale senza regole. La serie non insiste sull’argomento quanto potrebbe, ma riesce comunque a mostrare il lato più irresponsabile della partecipazione collettiva alle indagini.
Un’indagine costruita lentamente

La seconda parte entra nel lavoro investigativo che ha portato a Kohberger, dottorando in criminologia alla Washington State University, distante pochi chilometri da Moscow. La ricostruzione segue gli elementi che hanno progressivamente ristretto il campo: un’auto bianca ripresa dalle telecamere, i dati telefonici, il fodero di un coltello trovato sulla scena e soprattutto il DNA. Quando il profilo genetico non trova corrispondenze nelle banche dati tradizionali, gli investigatori ricorrono alla genealogia genetica per individuare la famiglia del sospettato.
È una sezione molto dettagliata e generalmente chiara. La docuserie evita di raccontare l’arresto come il risultato di un’intuizione improvvisa e mostra invece un’indagine fatta di verifiche, errori possibili e collaborazione tra forze locali, polizia statale e FBI. Questo approccio permette anche di correggere la percezione secondo cui gli investigatori fossero rimasti immobili per settimane. L’assenza di arresti non significava necessariamente assenza di lavoro: Kohberger aveva una presenza digitale ridotta, utilizzava spesso la navigazione anonima e sembrava prestare particolare attenzione alle tracce lasciate online.
Il ritratto di Kohberger resta incompleto

La docuserie tenta di ricostruire la personalità di Bryan Kohberger attraverso i racconti di ex compagni, vecchi messaggi pubblicati online, problemi di dipendenza e il suo interesse per la mente criminale. Emergono l’isolamento sociale, i rapporti difficili con alcune studentesse e la particolare attenzione mostrata durante le lezioni dedicate ai serial killer. Viene inoltre citato il questionario che avrebbe rivolto online a persone condannate per reati, chiedendo loro come scegliessero le vittime e cosa provassero durante un crimine.
Sono informazioni inquietanti, ma non costituiscono una spiegazione. Il rischio, in alcuni momenti, è che la serie raccolga retroattivamente comportamenti strani o segnali di disagio per costruire il profilo riconoscibile di un assassino. La regia è abbastanza prudente da non suggerire che l’isolamento, una dipendenza o l’interesse accademico per il crimine conducano automaticamente alla violenza. Rimane però la tentazione di cercare nel passato di Kohberger indizi che acquistano significato soltanto dopo il suo arresto.
Soprattutto, continua a mancare la risposta principale: perché proprio quei quattro studenti? La docuserie può ricostruire movimenti, ricerche e prove, ma non riesce a riempire il vuoto lasciato dal movente.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Una notte nell’Idaho: sangue al college ricostruisce con precisione l’indagine sui quattro studenti uccisi a Moscow, ma trova la sua parte migliore quando restituisce un volto alle vittime e mostra le conseguenze del delitto su chi è rimasto. Qualche passaggio si dilunga e il profilo di Kohberger resta necessariamente incompleto, ma la serie evita quasi sempre il sensazionalismo.
Pro
- Le vittime restano al centro del racconto
- La ricostruzione dell’indagine è dettagliata e comprensibile
- Affronta con lucidità le accuse diffuse sui social
Contro
- Il ritratto psicologico di Kohberger rischia a tratti di risultare retrospettivo
- Alcuni concetti vengono ripetuti o spiegati troppo a lungo
- Voto CinemaSerieTV
