Con Un sacrificio di sangue, Netflix torna nei territori del crime scandinavo con una serie compatta, cupa e costruita attorno a un’indagine che parte subito in modo brutale. Due agenti vengono attirati in una casa attraverso una chiamata d’emergenza e uccisi con una violenza rituale. Da quel momento, il detective Thomas Berg capisce che il caso potrebbe essere collegato ad altri omicidi e decide di chiedere aiuto proprio alla persona con cui ha il rapporto più difficile: suo padre Alfred, ex poliziotto caduto in disgrazia.
La serie, creata da George Kay, autore di Hijack e Lupin, sfrutta bene i codici più riconoscibili del Nordic Noir, ma trova qualcosa di più interessante quando smette di concentrarsi soltanto sulla caccia all’assassino. L’indagine resta il motore della storia, ma a darle davvero peso sono le conseguenze che il lavoro di polizia ha avuto su Thomas e Alfred e il modo in cui il figlio rischia, quasi senza accorgersene, di ripetere gli stessi errori del padre.
Un assassino che prende di mira la polizia

L’inizio è efficace proprio perché va dritto al nocciolo della questione: una donna chiama il numero di emergenza dicendo di essere minacciata da un uomo armato di coltello. Gli agenti arrivano sul posto, ma la richiesta d’aiuto si rivela una trappola. Quando i loro corpi vengono ritrovati decapitati, Thomas Berg nota alcuni elementi che ricordano un precedente omicidio avvenuto a Söderhamn.
Più l’indagine procede, più diventa evidente che il killer non agisce in maniera casuale. Le chiamate vengono preparate con attenzione, le scene del crimine costruite per depistare gli investigatori e le vittime sembrano essere scelte proprio perché appartengono alle forze dell’ordine. È un meccanismo che permette alla serie di costruire una discreta tensione, anche grazie a un assassino che appare sempre un passo avanti rispetto a chi lo sta cercando.
La parte investigativa non reinventa il genere, ma è sufficientemente solida da sostenere i cinque episodi. Il formato breve aiuta: gli indizi arrivano con una certa regolarità e la storia evita di trascinarsi troppo, anche quando alcune svolte risultano più prevedibili di quanto vorrebbero essere.
Thomas e Alfred sono il vero centro della serie

Il rapporto tra Thomas e suo padre è però l’elemento più riuscito di Un sacrificio di sangue. Alfred è stato un investigatore rispettato, prima che l’alcolismo e la manipolazione di alcune prove lo costringessero ad abbandonare la polizia. Ora vive isolato, ma basta la possibilità di tornare a ragionare su un caso per riaccendere qualcosa che sembrava essersi spento.
Thomas non vorrebbe avere bisogno di lui, e proprio questa resistenza rende interessante la loro collaborazione. Tra i due c’è una quantità di rancore che l’indagine non cancella, ma costringe entrambi a stare nuovamente nella stessa stanza e a confrontarsi con ciò che è rimasto irrisolto.
Peter Andersson è particolarmente efficace nel ruolo di Alfred, burbero e spesso difficile da sopportare, ma mai ridotto alla caricatura del vecchio poliziotto geniale e autodistruttivo. Jakob Oftebro gli fa bene da contraltare: Thomas è convinto di essere diventato un uomo molto diverso da suo padre, mentre la serie gli mostra poco alla volta quanto il lavoro stia già entrando nella sua vita privata nello stesso modo.
Un buon crime, ma con qualche forzatura

Il principale limite della serie è che non sempre riesce a far convivere in modo naturale tutte le sue componenti. Il legame tra Thomas e Alfred è convincente, ma il modo in cui quest’ultimo viene coinvolto nell’indagine appare inizialmente piuttosto comodo per la sceneggiatura. Anche la componente rituale degli omicidi promette qualcosa di più complesso di ciò che poi viene effettivamente sviluppato.
Nella parte finale, inoltre, l’indagine assume una dimensione sempre più personale. È una scelta efficace per aumentare la tensione, ma anche piuttosto familiare per chi frequenta abitualmente questo tipo di thriller. Alcuni passaggi sembrano portare verso un mistero più articolato, salvo poi convergere su una spiegazione più tradizionale.
Nonostante questo, i cinque episodi mantengono un buon ritmo e l’atmosfera scandinava fa tutto il resto. La fotografia fredda e l’ambientazione svedese contribuiscono a creare quella sensazione di inquietudine costante che il genere sa sfruttare particolarmente bene, senza bisogno di riempire ogni scena di azione.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Un crime scandinavo teso e ben costruito, che trova la sua parte migliore nel difficile rapporto tra Thomas e suo padre Alfred. L’indagine funziona, anche se alcuni sviluppi risultano prevedibili e non tutte le idee vengono sfruttate fino in fondo.
Pro
- Il rapporto tra Thomas e Alfred è il vero punto di forza della serie
- Il formato di soli cinque episodi mantiene un buon ritmo
- Peter Andersson costruisce un personaggio difficile e sfaccettato
Contro
- Alcuni sviluppi dell'indagine risultano prevedibili
- Il simbolismo legato agli omicidi finisce per essere meno approfondito di quanto ci si potrebbe aspettare
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