Se The Sinner ha saputo catturare il pubblico per quel modo di raccontare un caso partendo da qualcosa di già accaduto, La mia prediletta gioca su un meccanismo simile, ma spingendosi ancora più in là. Anche qui non si parte da un’indagine classica, ma da una situazione già avvenuta: una donna riesce a scappare da una casa isolata nel bosco insieme a una bambina, entrambe ferite e in stato confusionale. Vengono soccorse e portate in ospedale, dove la vicenda sembra trovare un primo punto fermo: lei dice di chiamarsi Lena Beck, una ragazza scomparsa anni prima. Il problema è che, appena entrano in scena i veri genitori di Lena, diventa evidente che qualcosa non quadra…
Da lì la serie cambia: non segue una linea investigativa tradizionale, ma costruisce il racconto mettendo insieme pezzi che non sembrano immediatamente combaciare. Ogni episodio, infatti, aggiunge un dettaglio, una versione differente che sposta leggermente il punto di vista, rendendo sempre più difficile capire cosa sia davvero successo e chi stia dicendo la verità.

È proprio qui che il paragone con The Sinner entra in gioco. Se nella serie con Bill Pullman il fulcro era capire perché fosse accaduto qualcosa, qui il focus si sposta su chi sono davvero le persone coinvolte e su quanto sia affidabile quello che raccontano. Il mistero non si risolve andando avanti in modo lineare, ma accumulando elementi che obbligano a rimettere sempre tutto in discussione.
Un altro aspetto che tiene alta la tensione è il continuo cambio di prospettiva: la storia passa infatti da chi indaga a chi cerca nascondere qualcosa, senza mai fermarsi troppo a lungo su un solo punto di vista. Questo continuo movimento rende il racconto più dinamico, ma soprattutto più instabile, perché non c’è mai una versione che sembri definitiva. Anche il modo in cui viene ricostruito il passato contribuisce a creare questo effetto. I frammenti della prigionia e della vita nella casa emergono poco alla volta, senza spiegazioni complete, e ogni volta aggiungono un tassello che però non basta mai a chiarire tutto. È una costruzione dei fatti che tiene lo spettatore sempre un passo indietro, lasciandolo costantemente nel dubbio.

La mia prediletta funziona proprio per questo: parte da una liberazione, ma non offre mai una vera sensazione di sicurezza. Più la storia va avanti, più si ha la sensazione che quello che si è visto all’inizio sia solo una parte, e nemmeno la più importante. Se cerchi una serie che lavori sul mistero in modo più sottile e disturbante rispetto ai crime classici, è una di quelle che vale davvero la pena recuperare.
