Dopo quindici anni di silenzio, Soter Mulè torna a parlare pubblicamente della tragedia che segnò la sua vita e quella della famiglia di Paola Caputo. L’ingegnere romano, condannato in via definitiva per omicidio colposo, ha scelto di raccontarsi a Belve Crime, il programma condotto da Francesca Fagnani in onda martedì 26 maggio su Rai 2, in prima serata.
La vicenda risale alla notte tra il 9 e il 10 settembre 2011, quando Paola Caputo, studentessa ventiquattrenne originaria del Salento, perse la vita durante una sessione di bondage condotta da Mulè, all’epoca 42enne, in un garage dell’Agenzia delle Entrate a Roma. Un caso che sconvolse l’opinione pubblica italiana e che portò a un lungo iter processuale conclusosi con la condanna di Mulè.
Come riporta Adnkronos, nell’intervista con Francesca Fagnani, l’ingegnere ricostruisce quella drammatica serata nei dettagli. Il luogo scelto, quel garage dove lavorava una delle due ragazze presenti, era stato individuato perché “c’era quel tipo di architettura, di colori, di luci che ci stava bene per quella sera”. Una preparazione accurata per quella che doveva essere una sessione di shibari, la pratica di bondage giapponese che prevede l’immobilizzazione del corpo con le corde.
Quella notte Mulè, Paola e un’altra ragazza decisero di sperimentare una pratica più complessa del bondage tradizionale, con i corpi delle ragazze sospesi da terra e, come emerge dalle ricostruzioni processuali, corde posizionate anche attorno al collo, una tecnica considerata estremamente pericolosa.
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Durante il colloquio televisivo, Fagnani affronta direttamente il tema del breath play, la pratica erotica basata sull’asfissia e sul soffocamento durante il rapporto, una delle ipotesi investigative iniziali. Mulè prende le distanze da quella definizione: “No”, risponde inizialmente. Poi però ammette che “Attorno al collo di Paola c’erano delle corde, ma non tese, stringenti”.
La giornalista insiste: “E perché lo ha fatto? Perché si sentiva così sicuro?”. Mulè replica: “Perché non era la prima volta che facevamo giochi estremi. E perché fino a quel momento non era mai successo niente”.
Il punto cruciale emerge quando si parla del momento in cui Paola perse conoscenza. “Non ho potuto fare nulla”, afferma Mulè. Ma Fagnani lo incalza ricordandogli l’assenza di strumenti di sicurezza fondamentali: “Lei poi non ha potuto fare abbastanza perché non aveva neanche gli strumenti come avrebbe dovuto avere, le forbici”. E l’ingegnere ammette che non le aveva, così come non aveva un coltello – che avrebbe dovuto avere a portata di mano.
Secondo la sentenza definitiva, la pratica era stata condotta senza il rispetto delle necessarie misure di sicurezza, in un contesto aggravato dall’uso di alcol e hashish durante la serata.
Nel corso dell’intervista, Mulè racconta anche il mondo BDSM che aveva frequentato per anni nella capitale: le feste private, i corsi di bondage, le esibizioni pubbliche in cui “si legava e ci si faceva legare”, il ruolo del rigger, cioè di chi immobilizza l’altra persona con le corde. Una pratica che “richiede studio, abilità, pazienza”, spiega. “Tra chi lega e chi si fa legare serve fiducia assoluta”. Una visione del mondo che l’ingegnere difende apertamente anche dopo la tragedia:
“L’universo sadomaso è stato il mio modo di amare. L’amore non può essere ristretto a una serie di canoni considerati normali”.
Di Paola Caputo, Mulè parla con dolore. La descrive come una ragazza che “Stava ricominciando a fiorire”, una giovane donna con la vita davanti. Il senso di colpa, racconta, non lo ha mai abbandonato in questi quindici anni: “Vivo nel senso di colpa di non averla salvata. Da allora non ho avuto più rapporti. Troppe paure, voglio evitare che possano più succedere certe cose”.
Come riporta Adnkronos, la confessione più drammatica arriva verso la fine del colloquio, quando Mulè ammette di aver pensato di togliersi la vita: “Ho pensato più volte al suicidio in questi anni, l’ultima due mesi fa”.
Il caso giudiziario si concluse con la condanna definitiva per omicidio colposo, dopo la derubricazione dell’accusa iniziale di omicidio preterintenzionale. I genitori di Paola Caputo ottennero in sede civile un risarcimento di un milione di euro.
Qui vi sveliamo tutti gli ospiti della puntata di Belve Crime in onda stasera.
