L’intervista a Roberto Savi, in onda a Belve Crime con Francesca Fagnani, riporta al centro uno dei capitoli più oscuri della cronaca italiana. Nelle anticipazioni diffuse prima della puntata, in onda questa sera su Rai2, l’ex capo della Banda della Uno Bianca – attualmente detenuto nel carcere di Bollate – torna sui delitti commessi tra il 1987 e il 1994, lasciando emergere dichiarazioni pesanti su presunte coperture e mandanti.
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“Loro ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano”, afferma Savi con un sorriso, riferendosi agli anni in cui la banda riuscì a sfuggire alle indagini. Quando Francesca Fagnani gli chiede conto di alcune sue dichiarazioni passate, in cui aveva parlato di possibili coperture e dell’intervento di “personaggi non delinquenti”, Savi conferma: “Mi ricordo di averlo detto”. E alla domanda diretta sull’esistenza di una copertura investigativa risponde: “Sì”.
Secondo quanto racconta, “sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione”. Quando gli viene chiesto con chi avesse contatti a Roma, Savi risponde: “Andavo giù per parlare con loro”, ma senza mai chiarire chi fossero. Alla domanda diretta sui Servizi, si limita ad annuire e a dire “Ma sì…”, senza indicare strutture o nomi precisi. “Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”
Uno dei momenti più forti dell’intervista si concentra poi sulla rapina all’armeria di via Volturno, a Bologna, del 2 maggio 1991, in cui furono uccisi Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Quando Fagnani osserva che “non c’era bisogno di uccidere”, Savi risponde senza esitazioni: “Capolungo sì”. E spiega: “Perché era un carabiniere… era un ex dei servizi particolari dell’Arma”. A quel punto la conduttrice insiste: “Vi è stato chiesto di eliminarlo?” Savi annuisce. E aggiunge: “Ci sono degli uffici particolari che hanno un apparato e noi eravamo di quelli che, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì”.
In un altro passaggio, Savi mette in discussione anche la versione ufficiale della rapina: “Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”. Una frase che alimenta ulteriormente i dubbi su moventi e dinamiche di alcuni degli episodi più gravi attribuiti alla banda.
Le dichiarazioni arrivano mentre la Procura di Bologna continua a lavorare su nuove piste investigative per chiarire i cosiddetti “buchi neri” della Uno Bianca, una delle pagine più violente della storia recente italiana, che ha lasciato dietro di sé 24 vittime e interrogativi mai del tutto risolti.
Come ricorda Repubblica, Roberto Savi era un agente in servizio alla squadra volanti della polizia di Bologna. E fu arrestato il 22 novembre del 1994. Nei giorni a seguire furono fermati anche gli altri componenti della banda, i due fratelli di Roberto, Fabio e Alberto, anche lui agente di polizia ma a Rimini. E a seguire anche gli altri componenti, i tre poliziotti Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli.
Nella precedente edizione di Belve Crime, Fagnani ha intervistato Eva Mikula, che fu compagna di Fabio Savi e racconto tutta la sua storia accanto a colui che definì un “mostro innamorato”
