A Belve Crime, il programma condotto da Francesca Fagnani, Eva Mikula ha ripercorso la sua relazione con Fabio Savi, uno dei tre fratelli della banda della Uno Bianca, responsabile tra il 1987 e il 1994 di 24 omicidi e oltre 100 feriti. Un’intervista intensa, in cui Mikula ha parlato non solo del periodo vissuto accanto al criminale, conosciuto quando lei era ancora minorenne a Budapest, ma anche degli abusi subiti in famiglia: un contesto difficile che precede l’inizio della sua vicenda giudiziaria. Durante l’intervista non sono mancati dei botta e risposta un po’ piccati tra Mikula e Fagnani.

“Due anni che valgono una vita intera, e forse più di una vita intera, di tante vite”, ha detto Mikula parlando della sua relazione con Savi, vissuta tra il 1992 e il 1994. Arrestata insieme a lui al confine con l’Austria, fu poi imputata in sette processi, da cui è uscita assolta: “Consapevole sì, non complice sì. Quindi sì, è una definizione giusta”, ha spiegato, accettando l’etichetta di “consapevole ma non complice” che le è stata attribuita.
Nonostante la sua collaborazione con la giustizia – fu proprio lei, dopo l’arresto dei fratelli Savi, a contribuire in modo decisivo alla ricostruzione del loro operato – Mikula è rimasta per anni una figura avvolta nella diffidenza. “A me risulta che al momento della cattura, dal punto di vista investigativo, stavano forse al 10-20% in sette anni”, ha affermato, sottolineando come le autorità non avessero ancora compreso l’intero disegno criminale della banda.
Interpellata sull’ambivalente percezione pubblica nei suoi confronti, ha risposto: “Non mi tocca, perché io so chi sono, so quello che ho fatto, so quello che non ho fatto. E so anche che le persone non sono state informate a dovere sulla mia persona”. La diffidenza, spiega, nasce dal sospetto che lei sapesse e non avesse parlato: “Non è che io, dal primo giorno che ho conosciuto Fabio Savi, sapevo chi fosse”.
Francesca Fagnani le ha chiesto se si considera una vittima. Mikula ha risposto con una riflessione amara:
“Bisogna vedere cosa si intende per vittima… Io mi considero una vittima sopravvissuta, questo sicuramente sì”.
Etichettata negli anni in modi disparati – dalla “femme fatale della banda” alla “spia”, fino alla “prostituta” – Mikula rifiuta ogni definizione
“Sono definizioni per chi non mi conosce, per chi mi ha visto attraverso titoli di giornale a lettere cubitali dove venivano evidenziate solo le accuse nei miei confronti”.
L’infanzia in Romania, in una famiglia “di sani principi”, tra abusi e violenze

Durante l’intervista a Belve Crime, Eva Mikula ha aperto uno squarcio sul lato più doloroso e privato della sua esistenza: l’infanzia trascorsa al confine tra la Romania e l’Ungheria, in una famiglia che inizialmente descrive come “umile, di contadini, dei sani principi, persone semplici”, ma che si rivela segnata da profonde violenze domestiche.
Alla domanda di Francesca Fagnani sugli abusi subiti in età infantile, Mikula conferma un trauma che ha segnato la sua adolescenza: “Sì, purtroppo la mia infanzia è stata segnata da questa triste esperienza che ho vissuto”, racconta, riferendosi agli abusi perpetrati dal fratello maggiore, iniziati quando lei aveva appena dieci anni.
“Mi soggiogava, mi dominava psicologicamente, mi diceva che era un gioco tra fratello e sorella e che non dovevo dire nulla ai nostri genitori.”
Gli abusi sono andati avanti per quattro anni, fino a quando – a quattordici anni e mezzo – qualcosa si incrina:
“Mio padre mi disse: ‘Tu hai diciott’anni, ti devi sposare vergine’. E lì ho iniziato ad avere la consapevolezza di quell’inganno in cui stavo, e di quello che mi stava facendo mio fratello.”
Ma la violenza non arrivava solo da lui. Il padre, figura dominante, era spesso ubriaco e aggressivo:
“Mi picchiava spesso, anche a me, anche a mia mamma. Io tante volte ho dormito fuori, nelle stalle. Io pascolavo le mucche a dodici anni, e lui arrivava a casa ubriaco e ci menava tutti.”
Una contraddizione che colpisce anche Fagnani, che chiede chiarimenti su come possa conciliare questo racconto con l’affermazione iniziale di provenire da una famiglia “di sani principi”. Mikula non si sottrae:
“Sani principi morali… nel senso che per me erano sani principi, ma anche adesso io trovo dei sani principi in quello che ho vissuto. Quello che io non ho mai accettato era il comportamento di mio padre.”
Una famiglia dalla doppia faccia, dove la rigidità morale conviveva con il silenzio e la violenza. Mikula, a un certo punto, prende una decisione radicale: “Sono scappata di casa.”
Eva racconta il primo incontro con Savi: “Avevo 16 anni, lui 32”

Dopo la fuga da casa a soli quindici anni, Eva Mikula cerca di sopravvivere a Budapest arrangiandosi come può: “Pulisco i bagni, faccio la donna delle pulizie nei ristoranti. Dopo qualche mese divento cameriera. Ero comunque minorenne e facevo fatica a trovare lavoro”, racconta a Belve Crime. È sola, senza soldi, senza una rete di protezione: “Nessuno mi aiutava”, sottolinea.
È proprio a Budapest, nel 1991, che incontra Fabio Savi, futuro membro della famigerata banda della Uno bianca. Lui è in vacanza con un amico. La fermano per chiedere indicazioni su un locale, poi l’invito a salire in macchina e andare in discoteca. Mikula e un’amica accettano. “Si è fidata?”, chiede Fagnani. “Sì, siamo andate in discoteca.”
Secondo la versione fornita anni dopo da Savi, quella notte avrebbe pagato Mikula 200.000 lire, sostenendo che lei si prostituisse. Ma la donna risponde secca: “È mai capitato che un uomo, quando si sente tradito, dice a una donna le peggior cose?” E aggiunge: “A me non cambierebbe nulla dopo 30 anni a raccontare se magari in un momento di bisogno ho fatto qualcosa a pagamento. Ma se non lo dico, è perché non era vero.”
Savi, in un’interrogazione, la descriverà in modo impietoso, come riporta Fagnani in trasmissione: “Ridotta molto male, unghie spezzate, capelli tagliati da sola con le forbici, piuttosto tonda per il cattivo cibo, vestiti unti e scoloriti”. Mikula non lo nega: “Era vero.”
All’epoca lei ha 16 anni, lui 32. Eppure, racconta, si sente attratta da quell’uomo che incarna qualcosa di familiare e allo stesso tempo rassicurante:
“Tutto ciò che era nuovo era attraente. Quello che credevo fosse amore oggi lo posso leggere come una mancanza di protezione, una figura paterna.”
Con documenti falsi ottenuti grazie a un conoscente, Eva si trasferisce in Italia. Fabio Savi, sposato e padre, lascia la moglie prima del suo arrivo. Ma Fagnani incalza: “Lo ha seguito per amore o anche per migliorare la sua situazione?” Mikula non si nasconde:
“Diciamo entrambe le cose. Era una persona tranquilla, per bene, con fratelli in polizia. Per me era una rassicurazione, non un pericolo.”
Si trasferiscono a Torriana, in provincia di Rimini. In casa Mikula nota subito la presenza di armi: “Mi ha detto che aveva il porto d’armi, che in Italia è normale, che era una sua passione.” A quanto pare, Savi le racconta anche di lavorare nei servizi segreti: “Mi ha detto tante cose… ma non si capiva all’inizio dove finiva la bugia e dove iniziava la verità.” Poi Eva spiega:
“Era un mostro innamorato. Purtroppo ho avuto modo di conoscerlo di più, e dico anche che è un Dr. Jekyll e Mr. Hyde. A modo suo mi ha amato, sennò non si sarebbe fidato di raccontarmi tante cose.”
La vita con Savi e la scoperta della sua attività criminale

Con Fabio Savi, Eva Mikula vive un’esistenza a due facce: quella di una relazione che le ha cambiato la vita e quella di una lenta discesa nell’incubo.
“Fabio non voleva attirare l’attenzione, c’ero già io, alta, bionda e bella, da sola rappresentavo un pericolo”, racconta. Ma quel pericolo, in fondo, a lui piaceva. “Io ero un trofeo per lui, la bella ragazza conquistata da mostrare.”
Per lei, invece, Savi rappresentava una via d’uscita dalla miseria:
“Era la persona che mi ha dato un cambio alla vita che facevo prima, una possibilità in più. Venendo da una vita dove non avevo neanche da mangiare… ci vuole poco a rendermi la vita bella.”
La realtà, però, era ben diversa. “La Uno Bianca è una scia di sangue lunga sette anni”, ricorda Fagnani, “con una serie impressionante di rapine, omicidi, uso sproporzionato delle armi.” Come ha scoperto Mikula l’attività criminale di Savi?
“Non c’è un momento specifico. È stato un crescendo. Ha iniziato lui a raccontarmi, a piccoli pezzi, le azioni che facevano”
La conduttrice la incalza: “E lei come ha reagito?” La risposta è netta: “La prima cosa che ho fatto è stato chiamare il giornalista ungherese. Gli ho detto: sono una testimone, tirami fuori da qua, se no mi uccidono anche a me.”
Secondo quella stessa fonte, però, Mikula avrebbe in un primo momento raccontato di essere vittima di una rete di sfruttamento della prostituzione. Lei chiarisce: “Quando dico che l’ho chiamato, mi riferisco proprio a questo. Io ho detto: mi uccideranno anche a me.”
Perché, allora, è rimasta? Perché è tornata due volte dopo essere fuggita? “Per le minacce”, risponde. “Sono scappata due volte, ma non sono riuscita ad andare oltre Rimini e Bologna. La paura mi ha fatto tornare.”
“Meglio tornare nella tana del lupo per poi far scoprire dove è il lupo e tutto il resto.”
Minacce, violenza e cornetti caldi: “Recitavo la parte della donna innamorata per farlo catturare”

Eva Mikula racconta di aver vissuto per mesi in un paradosso affettivo e criminale: la compagna di un uomo che la picchiava, le puntava la pistola alla testa, ma che ogni tanto le portava anche i cornetti caldi per colazione. Un uomo, Savi, capace di alternare l’orrore all’apparente normalità. Eva racconta:
“Fabio non si confidava prima delle azioni. Neanche subito dopo “Solo col tempo, a piccoli pezzi. Ma io ho fatto in modo che si fidasse. Sono tornata e ho deciso, a costo della mia vita, di farli catturare.”
Un piano rischioso, ambizioso, e difficile da credere fino in fondo: “Aveva 17 anni”, osserva Fagnani, “e di fronte un criminale navigato. Era davvero così scaltra da fingersi ancora innamorata per ottenere informazioni?”
“Non ero scaltra. Mi si era staccato il cuore dal cervello. Recitavo la parte della donna innamorata. Dovevo arrivare al punto di avere più elementi per farlo identificare. Gli investigatori all’epoca erano ancora all’ABC.”
Fagnani incalza: “È possibile che una ragazza minorenne, clandestina, fosse davvero lì per raccogliere informazioni?” Mikula è ferma: “Ero in attesa di farli catturare.”
Una verità personale, che non coincide con quella emersa nei documenti ufficiali: “Per la procura, per i magistrati, l’arresto non è avvenuto grazie a lei”, osserva Fagnani. “Ma quella è la sua verità e l’accogliamo come tale.”
Intanto, la vita con Fabio proseguiva tra minacce e attenzioni. “Come faceva a dormirci accanto, a farci colazione?”, chiede la giornalista. “Che altro potevo fare?”, risponde Mikula. “Un uomo che la sera ti mena e la mattina ti porta un fiore… è normale? Per me no.”
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Fabio Savi, in una deposizione, avrebbe detto: “Non l’ho mai picchiata, le portavo i cornetti caldi la mattina.” Ma Eva risponde con amarezza:
“Lui si ricorda solo i fiori, non le volte in cui ho avuto gli occhi neri, i capelli strappati, le pistole puntate. Mi ha detto che mi avrebbe buttata in un burrone, che tanto nessuno mi avrebbe cercata.”
Perché, allora, non denunciare? Nemmeno in modo anonimo? chiede la giornalista:
“Loro erano in polizia. Fabio diceva sempre: ‘Siamo in tanti, è una rete vasta, ci sono anche i servizi. Ovunque andrai nel mondo, ti troverò. E se non sarò io, sarà qualcun altro. Se parli, la tua vita è finita.’”
Che fine hanno fatto i 40 milioni di Savi: “Li ho rubati per salvarmi la vita”

Il bottino delle rapine della banda della Uno Bianca superava i due miliardi di lire. Una cifra enorme, gestita in contanti e nascosta, almeno in parte, in casa. Durante un interrogatorio, Eva Mikula raccontò ai magistrati che Fabio Savi custodiva il denaro in una cassaforte e che lei ne possedeva le chiavi. Un dettaglio che ha sempre alimentato i dubbi sul suo effettivo coinvolgimento.
“Ma almeno in questo, tenere le chiavi della cassaforte, un po’ complice lo era?”, chiede Fagnani. “Non sui reati, ma sapeva da dove venivano quei soldi.” Mikula si difende:
“Che potevo fare? Non vedo il nesso fra avere la chiave della cassaforte e la complicità. Eravamo conviventi. Non potevo dire: ‘Ciao, domani ti denuncio’.”
Quando le fu chiesto in aula se avesse mai spedito denaro all’estero, Mikula si avvalse della facoltà di non rispondere. Ma oggi precisa:
“Non era attinente con la mia testimonianza. E comunque è falso che io abbia mandato soldi in Ungheria o Romania. Ma secondo voi, Fabio non se ne sarebbe accorto? Sarà stato innamorato, ma non era scemo.”
Poi la rivelazione: sì, Mikula rubò 40 milioni di lire dalla cassaforte di Savi.
“Li ho consegnati a un’amica in comune. Non sapeva cosa ci fosse nel pacchetto. L’ho fatto per potermi garantire una via di fuga.”
Quando Fagnani le domanda a cosa pensava mentre sottraeva quei soldi, la risposta è netta: “A salvarmi la vita. In caso di fuga, per avere qualcosa con cui ricominciare.” Una fuga che, tuttavia, non ci fu mai.
Nel 2021 Savi scrisse una lettera pubblicata dal Resto del Carlino: “Eva, ti piacevano i bei vestiti, i gioielli, i migliori profumi, i bei ristoranti e quei maledetti soldi che portavo a casa.” Mikula bolla la lettera come un’operazione di propaganda: “Un tentativo di screditarmi, distruggermi, farmi passare per borderline.”
Ma dietro quei soldi, lo ricorda Fagnani, c’era il sangue di tante persone. “Loro uccidevano con facilità, con grande gratuità.” Mikula chosa:
“E la stessa cosa poteva farla con me. Non l’ha fatto, ma io intanto ho salvato tante vite. Che piaccia o no.”
L’arresto di Savi in un autogrill: “L’ho fatto per te”

Mikula ha parlato, ma solo dopo l’arresto. Fagnani glielo fa notare: “Se avesse parlato prima, forse qualcuno in più si sarebbe salvato?”. Lei risponde tornando su quello che considera il punto chiave: la cattura.
A novembre del 1994, però, il cerchio intorno ai fratelli Savi si stringe. Secondo la versione ufficiale, grazie all’intuizione di due poliziotti, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, si arriva finalmente a un punto di svolta. I due agenti iniziano a ragionare come i Savi: selezionano banche in zone strategiche — vicino all’autostrada, con vie di fuga — e iniziano a fare sopralluoghi, sperando che anche i rapinatori facciano lo stesso.
La strategia funziona. Un giorno, davanti a una banca nei pressi di Rimini, avvistano Fabio Savi alla guida di una Fiat tipo bianca con la targa sporca di fango. Lo pedinano fino a Torriana. È la svolta: da lì in poi si ricostruisce tutto. Viene arrestato Roberto Savi. Fabio capisce — il fratello non gli risponde più al telefono — e si rende conto di essere stato seguito. Viene a sapere dell’arresto, si fa tingere i capelli di nero e parte in fuga con Mikula.
Si fermano in un autogrill, al confine con l’Austria. Lei gli dice che non se la sente, che non vuole seguirlo. Parte una discussione. Si avvicina una pattuglia della stradale. Fabio Savi è armato, avrebbe potuto sparare, come già accaduto in passato, ma non lo fa. Si consegna. La scia di sangue della Uno Bianca finisce lì.
“Non è vero che lei stava con lui al confine?”, chiede Fagnani. Mikula nega alcuni dettagli, ma ammette:
“Sì, ero sulla via di fuga. Ma perché avevo paura. Qualsiasi cosa mi avesse chiesto, l’avrei fatto”.
Non ricorda cosa abbia detto Savi agli agenti nel momento dell’arresto, ma ricorda benissimo cosa le disse a lei: “L’ho fatto per te”, le disse, mostrandole le manette.
“Lo amavo. Denunciarlo è stato un dolore immenso. Avevo 19 anni, dipendevo da lui in tutto”. Un amore, dice, rivolto solo alla parte “buona” di lui: “Quel Fabio che ho conosciuto in Ungheria, che ho seguito in Italia, ma non quello che avevo in casa”.
Alla domanda su quando l’amore sia finito, risponde: “Quando ho deciso di porre fine a tutto. Altrimenti non me ne sarei liberata mai”.
Fabio Savi, intervistato a sua volta da Franca Leosini, aveva parlato di un tradimento: si era sentito “trafitto al cuore e alla schiena”. Secondo Eva Mikula, era un sentimento inevitabile: “Si è sentito tradito. E ha sfogato tutta la sua rabbia, anche con vendetta, contro di me”.
Allora perché, se lei era testimone scomoda, non l’ha uccisa? “Perché mi amava. Ma l’avrebbe fatto di lì a poco. Il fratello glielo stava chiedendo”. Lo aveva sentito dire da Fabio, e lo aveva visto molto combattuto.
Dopo l’arresto, anche Mikula viene fermata e portata nel carcere di Tolmezzo. Da lì inizia quella che lei chiama la sua “terza vita”. Comincia a collaborare da subito, ma non si sente riconosciuta:
“Non mi aspettavo riconoscenza, ma nemmeno che fosse occultato quello che ho fatto. Mi descrivevano solo come complice. Mi dovevo vergognare, dicevano. Sapevo tutto e non ho parlato”.
Quale alternativa avrebbe avuto? “Potevo stare zitta. Come hanno fatto le mogli (degli altri membri). Loro cosa hanno fatto?”. Le viene fatto notare che, in ogni caso, sarebbe stata incriminata. Lei replica: “Ero convivente. Allora anche le mogli dovevano esserlo”.
“Voglio le scuse dei familiari delle vittime”

Nel 2015 Eva Mikula tenta un passo importante: scrive all’Associazione delle Vittime della Uno Bianca, chiedendo di entrare in “quanto sopravvissuta di una feroce, assurda e indimenticabile storia”. Ma la risposta della Presidente dell’epoca, Rossana Zecchi, non lascia spazio a fraintendimenti: “È una richiesta che non sta in piedi, non so su quale base la faccia”.
Mikula non si dice sorpresa. Anzi, racconta di essersi resa conto solo pochi anni fa, unendo i pezzi di una verità nascosta, che l’Associazione non conosce tutta la storia.
Fagnani sottolinea che l’Associazione accoglie la “verità ufficiale”, ma non una verità diversa dalla sua, che peraltro non è dimostrata. Mikula reagisce chiedendo: “Perché non mi danno la possibilità di dimostrarlo?”
Il pubblico ministero Walter Giovannini, all’epoca, commentò la sua posizione con una frase netta: “Basta il silenzio per rispettare le vittime”. Ma Mikula ribatte:
“Era così diffusa questa idea negli anni, che io dovevo stare zitta. E tuttora i familiari delle vittime vogliono il mio silenzio, perché dicono che rovino il decoro”.
Su un tema delicato come le scuse, Mikula è chiara: “Io attendo delle scuse dai familiari delle vittime, ma non adesso, quando la verità sull’individuazione della banda sarà ufficiale”.
Fagnani osserva che, a suo avviso, i familiari delle vittime non dovrebbero dover chiedere scusa a nessuno. Ma Mikula rivendica il peso degli insulti ricevuti per anni: “Mi hanno insultata per una vita”.
Riconosce la tragedia dei familiari, ma sottolinea anche la sua sofferenza: “Io potevo arrivare al punto di non esserci più. Per trent’anni ho sentito dire ‘vergogna, vergognati’”.
Parla di una vera e propria “istigazione al suicidio” subita, non solo dai familiari delle vittime ma anche da estranei:
“La gente per strada mi insultava come delinquente, come complice. Questo ha inciso profondamente sulla mia vita sociale, lavorativa e familiare”.
La vita dopo la Uno Bianca

Dopo tutti quegli anni di buio e di processi, com’è andata la vita di Mikula? “Di esperienze ce ne sono state tante, anche dopo”, risponde lei, che in trasmissione ha parlato anche del suo incontro con Riccardo Schicchi, l’imprenditore del cinema a luci rosse.
Oggi è madre di due figli e, guardando al futuro, si chiede cosa vorrebbe che loro pensassero di lei.
“Ho già ricevuto una risposta bellissima da mio figlio più grande. Mamma, sono fiero di te’”.
Nonostante tutto, Eva Mikula trova oggi la forza per guardare avanti. “Penso che il destino mi riservi ancora della felicità”.
