Raffaele Sollecito è tornato a parlare della sua vicenda giudiziaria in un’intervista concessa a Francesca Fagnani per il programma Belve Crime, svelando dettagli inediti e crudi sul trattamento ricevuto in Questura durante le prime fasi delle indagini sull’omicidio di Meredith Kercher, che sconvolse Perugia nel 2007. L’intervista completa, di cui riportiamo le anticipazioni, va in onda martedì 19 maggio 2026, in prima serata su Rai2.
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Sollecito, in un estratto della conversazione pubblicato sui social Rai, ha descritto un clima di forte pressione psicologica e intimidazione, ricostruendo un rapporto estremamente difficile con le forze dell’ordine nei momenti immediatamente successivi al suo coinvolgimento nell’inchiesta.
Incalzato sui motivi che hanno alimentato per anni il pregiudizio nei suoi confronti, l’ingegnere ha dovuto contestualizzare i repentini cambi di versione che inizialmente lo resero sospetto agli occhi degli inquirenti.
In un primo momento, Sollecito e Amanda Knox avevano infatti infatti dichiarato di aver trascorso l’intero pomeriggio del 1° novembre e la notte successiva insieme nell’appartamento di lui, rimanendovi fino alle 10:00 del mattino del 2 novembre.
Tuttavia, durante il drammatico interrogatorio nella notte tra il 5 e il 6 novembre, Sollecito ritrattò l’alibi, affermando che Amanda non lo aveva seguito a casa ma si era diretta al locale “Le Chic”, e che lui era rimasto da solo a fumare e usare il computer fino al ritorno della ragazza, avvenuto verso l’una di notte.
È in questo contesto che Sollecito ha contestato la spontaneità delle sue storiche ammissioni, sostenendo che la celebre frase in cui ridimensionava le sue precedenti dichiarazioni a sciocchezze non fosse farina del suo sacco, ma il risultato di suggerimenti indotti dagli inquirenti in un momento di estrema vulnerabilità e senza l’assistenza di un legale.
“Quello che dico come frase non lo dico io, ma me lo suggerisce l’ispettore di polizia. Mi dice ‘Ti conviene firmare perché ti può soltanto aiutare’ e dopo che mi avevano anche minacciato pesantemente i poliziotti.”
Il racconto si fa ancora più drammatico quando Sollecito descrive i metodi utilizzati durante quegli interrogatori notturni: l’ingegnere ha riferito di essere stato trattenuto tutta la notte in Questura pur non essendo inizialmente indagato, subendo minacce fisiche esplicite e non venendo informato del suo diritto a un’assistenza legale. Secondo la sua testimonianza, gli agenti avrebbero usato toni violenti e insulti nei confronti di Amanda Knox per spingerlo a smettere di proteggerla.
“Quando sono arrivato lì mi hanno messo una luce in faccia. C’è uno dei poliziotti che mi ha detto: ‘Se ti alzi da questa sedia ti riempio di botte, ti lascio in un lago di sangue‘. Mi hanno in tutti i modi detto di ogni su Amanda dicendo ‘Stai continuando a proteggere quella (omissis), quella (omissis) eccetera eccetera’. Ti farai tutta la vita in carcere. In tutto questo non mi hanno mai detto hai diritto ad avere un avvocato.”
Queste dichiarazioni gettano una luce nuova sulla genesi di quei verbali che per anni sono stati al centro della battaglia processuale. Sollecito ha ribadito con veemenza che i repentini cambi di versione dell’epoca furono dettati dalla paura e dalle intimidazioni subite in un contesto in cui si sentiva privato di ogni tutela
Nonostante l’assoluzione definitiva, Sollecito ha spiegato alla Fagnani che il pregiudizio persiste, influenzando ancora oggi la sua vita lavorativa e sociale.
Secondo quanto riportato da Repubblica, Sollecito nell’intervista ha citato anche la famigerata foto del bacio tra lui e Amanda sul luogo del delitto, a favore di telecamera, un gesto allora – e successivamente – molto criticato dai media
“È stata una manipolazione – risponde Sollecito – io volevo solo tranquillizzare Amanda con un bacio sulle labbra”
Qui vi raccontiamo cosa fa oggi Raffaele Sollecito, anni dopo il delitto di Perugia.
