La Procura di Bologna ha deciso di acquisire l’intervista rilasciata da Roberto Savi, il capo della banda della Uno Bianca, al programma Belve Crime condotto da Francesca Fagnani. Dopo 32 anni di silenzio, l’ex poliziotto 72enne ha rilasciato dal carcere di Bollate dichiarazioni che potrebbero riaprire uno dei capitoli più oscuri della cronaca italiana.
Come riporta il Corriere della Sera, i pubblici ministeri Andrea De Feis e Lucia Russo sono pronti a confrontare le nuove affermazioni con quelle rilasciate in passato e a convocare Savi per un interrogatorio formale. Le rivelazioni dell’ex membro della banda sembrano confermare le ipotesi investigative su cui la Procura lavora da quattro anni attraverso due nuovi fascicoli d’indagine sui segreti della Uno Bianca e il presunto ruolo di apparati dei servizi segreti.
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda l’assalto all’armeria di via Volturno del 2 maggio 1991, in cui persero la vita Pietro Capolungo e i due carabinieri Umberto Stasi e Cataldo Erriu. Alla domanda di Fagnani se si fosse trattato di una rapina, Savi ha risposto seccamente: “Ma va là, la rapina. Chi va a rapinare pistole?”. L’ex poliziotto ha poi rivelato che Capolungo “doveva essere ucciso perché era ex dei servizi particolari dei carabinieri” e che quella fu una delle azioni commissionate dagli apparati.
Le indagini della Procura sembrano confermare questa ricostruzione. Il lavoro certosino del Ris sui vecchi reperti avrebbe fornito elementi che rafforzano la tesi secondo cui l’armeria di via Volturno non fu una rapina e l’omicidio dei due carabinieri non fu casuale. L’ipotesi investigativa è che Capolungo avesse identificato Roberto Savi e collegato alcuni clienti dell’armeria, tra cui i Savi stessi che acquistavano polvere da sparo, con i bossoli ricaricati rinvenuti negli assalti ai campi nomadi, ai benzinai e al Pilastro.
Ma è sul tema della protezione dai piani alti che le parole di Savi assumono un peso particolare. Alla domanda di Fagnani su come fosse possibile che la banda fosse rimasta impunita per sette anni, l’ex poliziotto ha spiegato che coloro che li avevano protetti, successivamente hanno fatto in modo che fossero arrestati. “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione”. Ha poi aggiunto che incontrava spesso per incontrare quelli dei Servizi, a Roma, ogni settimana. “Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”, ha concluso.

Queste dichiarazioni saranno ora passate al setaccio dagli inquirenti, che non escludono che Savi stia parlando per ottenere benefici o per inviare messaggi a qualcuno. I fascicoli d’indagine, che da uno sono diventati due, si sono arricchiti negli ultimi mesi di nomi e circostanze. Il dettaglio sui viaggi a Roma sarà verificato attraverso i fogli di servizio della Questura di Bologna, già acquisiti dai vecchi faldoni.
Come scrive sempre il Corriere della Sera, l’avvocato Luca Moser, che insieme al collega Alessandro Gamberini ha curato l’esposto che ha dato impulso alle nuove indagini, commenta: “Ha ragione Savi, Capolungo fu ammazzato perché sapeva qualcosa, non occorre ce lo dicesse lui. Il tema è chiedersi perché lo dice adesso? Cosa vuole ottenere?”. Le indagini si concentrano anche sul ruolo di altri carabinieri e sull’eccidio di Castel Maggiore del 20 aprile 1988, per cui le sentenze indicarono come killer Roberto e Fabio Savi, ma nel nuovo fascicolo si parla di un terzo killer.
Gli accertamenti condotti in questi anni hanno riguardato i registri acquisiti dell’armeria, alcuni nomi “sbianchettati” e testimoni dell’epoca che indossavano la divisa e che sarebbero coinvolti in strani furti di armi. La Procura mantiene uno stretto riserbo, ma i passi avanti nelle indagini sarebbero significativi.
L’intervista di Roberto Savi a Belve Crime ha riaperto una ferita profonda nei familiari delle vittime. Alberto Capolungo, figlio di Pietro e attuale presidente dell’associazione dei familiari, ha definito l’operazione “molto spiacevole, disgustosa, sospetta”, aggiungendo: “Se ha qualcosa da dire ci sono i magistrati, ha sbagliato palcoscenico”. Capolungo ha inoltre smentito che il padre facesse parte dei Servizi.
Come scrive Repubblica, il sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, invece è intervenuto dopo le dichiarazioni di Savi sull’omicidio del sovrintendente Antonio Mosca, in servizio al commissariato di Rimini, definendole “sprezzanti e vergognose” e capaci di riaprire una ferita ancora viva. Mosca era stato ferito gravemente in uno scontro a fuoco con i fratelli Savi nel 1987 ed è morto nel 1989. Sadegholvaad ha ribadito che il processo ha già chiarito in modo definitivo responsabilità e condanne, a suo dire senza zone d’ombra e complotti.
In occasione della precedente edizione di Belve Crime, la Fagnani aveva intervistato Eva Mikula, a lungo compagna di Fabio Savi, che aveva raccontato la loro storia d’amore.
