Ti mangio il cuore è il film che segna il debutto al cinema di Elodie e il personaggio interpretato dalla cantante trae ispirazione dalla storia vera di Rosa Di Fiore, prima mafiosa e poi pentita, che fu legata a due boss di famiglie rivali. Il regista Pippo Mezzapesa ha basato la sua pellicola sul libro inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, incentrato sulle dinamiche criminali della mafia del Gargano, in Puglia.

Il personaggio di Elodie nel film si ispira della collaboratrice di giustizia Rosa Di Fiore che ha raccontato nei particolari le attività e gli intrecci della mafia locale. Le scelte sentimentali della donna hanno avuto conseguenze sanguinose, Rosa, infatti, seppur proveniente da una famiglia non affiliata con nessuna organizzazione criminale, ha sposato prima Pietro Tarantino, allevatore e trafficante di droga, noto esponente della criminalità di Sannicandro Garganico, e poi è stata legata sentimentalmemte al boss Matteo Ciavarella, entrambi appartenenti a cosche rivali.
Dopo anni di faida familiare Pietro Tarantino e Matteo Ciavarella divennero amici e soci nei loro malaffari. Quando Pietro finì carcere, Matteo si prese cura di sua moglie e dei loro tre figli ma lui e Rosa iniziarono una relazione e fecero un figlio. La cosa diede fastidio ad entrambe le famiglie, ma a riaccendere la faida tra loro, come spiega Foggia Today, fu l’omicidio del padre di Ciavarella. A Roberto Saviano Di Fiore raccontò:
“Lui pianse e disse che l’avrebbe fatta pagare e successivamente collegò la morte del padre al fatto che noi ci stessimo frequentando. Un giorno mi disse che avrebbe ammazzato chiunque dei Tarantino”.
La faida tra le due famiglie si riaccende facendo numerose vittime. Rosa sa che presto toccherà anche a lei e ai suoi figli e decide di cambiare le carte in tavola. Nel marzo del 2004 Rosa decide di collaborare con i giudici e di pentirsi
“Non volevo che i miei figli crescessero in quel modo, che diventassero dei boss, che diventassero come i rispettivi padri. Essendo Ciavarella e Tarantino non avrebbero avuto la possibilità di una vita normale”
Ripete le sue accuse in tribunale, urlandole in faccia ai padri dei suoi compagni ed ai loro complici. Raccontando come fosse la famiglia a spingere Matteo Ciaravella ad uccidere e di come la madre lo lavasse con l’acquaragia dopo ogni omicidio per cancellare ogni eventuale traccia di sangue.
Come scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, anche Rosa aveva incarichi importanti all’interno dell’organizzazione criminale.
“Coprivo un po’ quello che facevano loro, avevo ruoli importanti, accompagnavo Matteo sui luoghi di traffici e delitti, erano piccole cose che andavano fatte bene. Poi mi sono stancata di vedere che sul tavolo della mia cucina veniva pianificata qualsiasi cosa. Volevo andare in un mondo dove i Tarantino e Ciavarella non fossero nessuno”
Oggi, dopo anni, Rosa Di Fiore è fuori dal programma di protezione, così come i suoi figli, ormai adulti e ha spiegato come vive:
“Oggi è una vita un po’ difficile, anche perché quando un collaboratore esce fuori dal programma viene lasciato solo a se stesso. Non ci è stato dato un aiuto psicologico e neppure un inserimento sociale. Per il lavoro si fa fatica, perché io francamente non è che abbia mai lavorato. Non riesco a trovarlo. Mi piacerebbe fare qualsiasi cosa”

La mafia raccontata nel film – di cui abbiamo parlato nella recensione di Ti mangio il cuore – è nata sul promontorio del Gargano. I personaggi del libro sono reali, si tratta di ex contadini che hanno scelto di darsi alla criminalità favoriti dalla conformazione geografica del posto dove abitano, che consente di nascondere le armi e la droga che arrivano in Italia dai paesi balcanici. Una zona che ha beneficiato anche dei soldi arrivati con il turismo balneare e religioso legato alla devozione per Padre Pio. I soldi arrivati sono stati usati per truccare appalti e per altre attività criminali.
Una mafia dove il senso di appartenenza alla famiglia è ancora molto sentito, una delinquenza violenta che ha come rituale quello di sfigurare il volto del rivale ucciso, come ultimo atto di sfregio, e che va a colpire anche i familiari della vittima, che si vedrà riconsegnare il suo caro senza poterlo riconoscere in viso.
