Trama: La seconda stagione è incentrata su come l’autore Truman Capote abbia pugnalato alle spalle molte delle sue amiche pubblicando il racconto La Côte Basque, 1965 nel 1975 su Esquire. I personaggi della storia erano infatti versioni sottilmente camuffate delle amiche e delle confidenti dell’autore, e il pezzo ha reso noto al mondo intero molti dei loro segreti più scandalosi.
A chi è consigliato? A chi aveva già amato la prima stagione del 2017 incentrata sulla faida tra Joan Crawford e Bette Davis e a chi è interessato ai retroscena e ai gossip più piccanti dell’alta società di New York a cavallo tra gli anni ’50 e i primi anni ’80. Senza dimenticare che questa serie è must per gli studiosi ed appassionati di Truman Capote.
Dopo alcuni mesi di distanza dalla première televisiva sull’emittente televisiva statunitense FX, sbarca finalmente in esclusiva su Disney+ la seconda stagione di Feud. La serie antologica creata nel 2017 da Ryan Murphy, Jaffe Cohen e Michael Zam è arrivata al suo secondo appuntamento dopo ben sette anni dalla messa in onda della prima stagione incentrata sulla diaspora tra le attrici della Golden Hollywood Joan Crawford (Jessica Lange) e Bette Davis (Susan Sarandon); finalmente, a partire da mercoledì 15 maggio, potremo vedere anche in Italia di cosa tratterà il secondo capitolo antologico, il cui titolo è Capote vs The Swans.
Nella nostra recensione di Feud: Capote vs The Swans ci immergeremo nella New York dell’alta società a cavallo tra gli anni ’50 e la metà degli anni ’80, tracciando un percorso di decadenza di un’era ricca di luci ed ombre perfettamente riproposta nero su bianco dal celebre scrittore Truman Capote, qui protagonista di una faida pluridecennale tra di lui ed alcune delle sue donne predilette, ironicamente ribattezzate dallo stesso eccentrico autore, “i suoi cigni”. Una seconda stagione che mantiene le promesse dell’acclamato capitolo precedente e che si avvale di una regia ispirata, di una scrittura solida e di un cast in stato di grazia.
I cigni di New York

Tre linee temporali, tra passato e presente della narrazione, sulle quali si dipana l’ambiziosa tessitura narrativa di Feud Capote vs The Swans. New York, 1968: Truman Capote (Tom Hollander) si reca dall’amica Babe Paley (Naomi Watts) la quale gli racconta in lacrime che il marito, Bill (Treat Williams), la sta ancora tradendo e che vuole divorziare da lui. Truman le consiglia di non farlo e, invece, di continuare a vivere col marito senza dire niente a nessuno. Si torna indietro al 1955, quando Truman conosce Babe e Bill sul loro aereo privato diretto in Giamaica. A cena con la coppia e altri ospiti, lo scrittore racconta di come Ann Woodward (Demi Moore) abbia ucciso il marito e l’abbia fatta franca sostenendo che pensava di aver visto un ladro in casa. Dopodiché, aggiunge che vorrebbe scrivere un romanzo su questa storia. Rimasta affascinata dall’eloquio di Capote, Babe decide di diventare sua amica e si apre con lui. Salto temporale nel futuro, fino al 1975, quando Capote conosce in un bagno turco l’aitante banchiere John O’Shea (Russell Tovey), che diventa presto il suo amante da presentare ai suoi “cigni”.
Spronato da John, lo scrittore americano esce dal periodo di blocco artistico, ed inizia a mettere nero su bianco il racconto di quei piccanti pranzi dell’alta società a cui prendeva parte, ed alcuni di questi capitoli vengono pubblicati a puntate sulla rivista Esquire. Il giorno stesso della pubblicazione, Babe e la sua amica Slim (Diane Lane) si ritrovano a pranzo e quest’ultima le rivela che Ann si è suicidata a causa dell’articolo; in seguito, tutte le donne di Truman Capote decidono di allearsi per fargliela pagare. Sarà il principio di una battaglia diffamatoria dagli esiti drammatici ed imprevedibili che darà inconsapevolmente inizio alla fine di un’era senza precedenti per la New York di quegli anni, mentre Capote darà alla luce uno dei suoi capolavori, rimasto incompiuto.
Ode ad un’era che non esiste più

Bentornato Feud. Sono passati ben sette anni dall’eccezionale (e corrosivo) Bette and Joan, quando lo showrunner e produttore esecutivo Ryan Murphy portava sull’emittente FX la diatriba tra due tre le dive della Hollywood classica più amate di sempre. Poi, dopo il buon successo del 2017, si era parlato di una seconda stagione incentrata sui battibecchi legali e privati tra il Principe Carlo e Diana, mai più realizzata (forse a causa dell’arrivo su Netflix della popolarissima The Crown). Passando la torcia del testimone di showrunner e sceneggiatore della serie a Jon Robin Baitz, Murphy si rintana dietro le quinte ed in sola veste di produttore esecutivo di Capote vs The Swans, adattamento del libro di non-fiction di Laurence Leamer “Capote’s Women”. Che a dispetto dei toni più ironici e coscientemente grotteschi della prima stagione con Jessica Lange e Susan Sarandon, cambia il linguaggio del racconto, tra dramma e leggerezza.
Cos’è Capote vs The Swans? La seconda stagione della serie antologica è moltissime cose sintetizzate all’interno dei suoi densi otto episodi di cui è composta: prima di ogni altra cosa, è il racconto inedito ed accattivante di un’era che non esiste più da tempo e che soltanto l’occhio e l’acume analitici e corrosivi dello scrittore Truman Capote hanno saputo registrare e documentare decenni or sono: l’era della New York dell’alta società, costituita da donne ricchissime mantenute dai mariti miliardari, costantemente annoiate ed in perenne competizione l’una con l’altra, tra piccoli e grandi drammi quotidiani. Donne che, sotto l’ala effervescente e protettiva del vulcanico scrittore americano (anche lui, tra i volti prominenti della high society di quel tempo), vennero ribattezzate dallo stesso come “i suoi bellissimi cigni”, creature sociali dall’affascinante piumaggio che nasconde tuttavia crudeltà, doppiogiochismi, traumi ed incomprensioni di un’epoca sì di grande benessere economico, ma frivola e priva di legami empatici sinceri.
Nascita di un capolavoro (incompiuto) della letteratura

Un milieu sociale nel quale lo stesso Capote sguazzava apertamente senza mai rinnegarlo, tanto che fu la scintilla di quello che diventerà (postumo ed incompiuto a causa della sua morte nel 1984) uno dei suoi lavori letterari più acclamati: Preghiere esaudite, raccolta di aneddoti e racconti della New York di quel tempo e dei suoi eccentrici personaggi femminili e non, celati sotto mentite spoglie e nomi fittizi. Un’opera letteraria che diede inizio ad una diatriba lunga quasi dieci anni tra Truman ed i suoi cigni prediletti, tra veleni, perdoni tardivi ed illuminanti prese di coscienza. Ecco quindi che Capote vs The Swans non è solo sfizioso racconto di quegli anni e dei suoi protagonisti, ma anche uno sguardo inedito e mai raccontato prima nella storia del cinema e della televisione di come quel romanzo a chiave imprescindibile per la letteratura statunitense venne alla luce grazie al genio editoriale di Truman Capote.
Autore che nei decenni passati è stato già protagonista di due film celebrati (nel 2005 fu il premio Oscar Philip Seymour Hoffman ad interpretarlo in A sangue freddo, l’anno successivo Toby Jones nel poco fortunato Infamous), entrambi però incentrati sulla vera storia dietro alla nascita del suo vero capolavoro, A sangue freddo nel 1966. Qui Baitz (aiutato in cabina di regia da Gus Van Sant che dirige ben sei episodi su otto, da Jennifer Lynch e Max Winkler) scrive una lunga sceneggiatura adattata al piccolo schermo del libro d’inchiesta di Leamer che ne enfatizza la tragicità dei suoi protagonisti; a partire dal ritratto che fa di Truman Capote, dei suoi demoni interiori, del suo genio ed acume di fama internazionale, della sua vita pubblica e privata, dei successi editoriali e sociali fino alla sua caduta in disgrazia. Ma i suoi “cigni” nella serie targata FX non sono da meno.
Un cast in stato di grazia

Perché lo show televisivo ideato da Baitz ed in gran parte diretto da Gus Van Sant, è sopra ogni altra cosa un parterre di interpretazioni davanti la macchina da presa da far tremare i polsi. Il racconto di Laurence Leamer e della faida tra Capote e le donne dell’alta società newyorkese è vivido ed accattivante anche per lo spettatore che meno conosce i retroscena della faida grazie al gran cast che dà vita ai personaggi di Feud; su tutti, nonostante i nomi altisonanti che la compongono (Diane Lane, Calista Flockhart, Chloé Sevigny, Demi Moore, ma anche il compianto Treat Williams) sparigliano le carte Tom Hollander e Naomi Watts nei rispettivi ruoli di Truman Capote e Babe Paley, entrambi al massimo del loro talento recitativo. Sacrosanti premi e candidature dovrebbero arrivargli nella seconda parte dell’anno, con le kermesse degli Emmy e poi dei Golden Globe, più avanti.
In conclusione, la seconda stagione della serie antologica Feud colpisce ancora una volta nel segno, a sette anni di distanza dal primo appuntamento. La faida tra il celeberrimo scrittore statunitense e le sue donne predilette dell’alta società di New York diventa qui un inebriante ed appassionante racconto confezionato per il piccolo schermo sul prezzo da pagare quando si crea un capolavoro letterario scomodo ed illuminante. Una testimonianza televisiva di grandissimo pregio e fattura, che fa luce luminosissima sulle tribolazioni e la genesi di quello che, è proprio il caso di dirlo, divenne il “canto del cigno” letterario del geniale Capote.
La recensione in breve
La seconda stagione della serie antologica Feud colpisce ancora una volta nel segno, a sette anni di distanza dal primo appuntamento. La faida tra lo scrittore Truman Capote e le sue donne predilette dell'alta società di New York è un inebriante ed appassionante racconto televisivo sul prezzo da pagare quando si crea un capolavoro letterario scomodo ed illuminante.
Pro
- Le interpretazioni del cast, su tutti Tom Hollander e Naomi Watts
- La regia ispirata e precisa di Gus Van Sant
- I retroscena sull'alta società di New York di qualche decennio fa
Contro
- Gli ultimi episodi non reggono il ritmo e la freschezza dei primi
- Voto CinemaSerieTV
