Talia Saccoman, nata nel 1995 in Minnesota è la figlia di Tammi Saccoman e figliastra di Erik Menendez, l’uomo attualmente in carcere per l’omicidio dei loro genitori. Erik non ha una figlia biologica quindi, ma considera Talia come sua figlia e la ragazza a sua volta lo considera suo padre. Il padre naturale di Talia, Chuck Saccoman, è morto suicida nel 1996, quando lei aveva circa 10 mesi.
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Al momento in cui scriviamo, Talia Saccoman non ha mostrato ancora il suo volto, ma è molto presente sui social media, Instagram in particolare, per condividere aspetti inediti del suo rapporto con il patrigno e sulla sua situazione familiare. Non ci risulta che Erik abbia adottato formalmente Talia e non risulta se la ragazza abbia cambiato cognome, tuttavia sui social si presenta come Talia Menendez per chiedere a gran voce che suo padre possa essere rilasciato e per rispondere alle domande della gente su di loro.
La madre di Talia, Tammi Ruth Saccoman, ha un’altra figlia più grande, Lisa, nata dal primo matrimonio. Poi è stata sposata per la seconda volta con Chuck Saccoman, dal loro rapporto è nata Talia, ma pochi mesi dopo dalla nascita della bambina, Tammi ha scoperto che Chuck abusava sessualmente di Lisa da anni. Pochi giorni dopo la rivelazione, Chuck si è tolto la vita, lasciando un’eredità alla moglie e a sua figlia.
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Poco dopo questo evento tragico, il rapporto tra la madre di Talia ed Erik Menendez, fino ad allora solo epistolare, si è consolidato e i due hanno iniziato a vedersi in carcere, alla Folsom State Prison, insieme alla bambina, che aveva due anni. Nel 1999 si sono sposati in carcere. Riguardo il suo rapporto con Erik e le visite in carcere, Talia ha raccontato su Instagram:
“Questa è la prima volta che mi presento pubblicamente come sua figlia, al di là dei miei amici e familiari. Non perché finora mi vergognassi di mio padre o non volessi far sapere chi è, ma perché la gente crede di conoscere mio padre, suo fratello e il processo, quando in realtà non hanno la benché minima idea che incredibile essere umano sia, il trauma che lo ha segnato e di quanto sia corrotto il nostro sistema. Questo è il motivo per il quale ho aperto questo profilo. Trent’anni di carcere sono tanti. Mia mamma ha dedicato tutta la sua vita per fare in modo che Erik e Lyle fossero rilasciati, ma sfortunatamente a volte hai bisogno che la gente ti sostenga per essere ascoltata”
In un altro post Talia ha raccontato delle numerose visite che lei e sua madre facevano a Erik, in carcere. Visite che lei ricorda con gioia, perché giocava con il suo patrigno e anche con gli altri detenuti. Erano visite impegnative, perché lei e sua madre dovevano svegliarsi presto, per raggiungere il carcere, quando Erik fu spostato altrove.
“A cosa pensavo quando andavo a trovare mio padre, da piccola? Ne ero felice e per me era una cosa normale. Pensavo che mio padre vivesse lì, in una grande casa di cemento grigio, con guardie del corpo e altri amici. Essendo una bambina non sapevo proprio tutto, ma mia mamma ha sempre fatto del suo meglio per essere onesta con me. Sin da piccola sapevo che mio padre aveva fatto qualcosa di cattivo che gli impediva di venire a casa con noi. Qualcosa che ci faceva svegliare alle cinque del mattino, ogni giorno, per quattro giorni alla settimana, per guidare per più di 200 km, solo per stare una giornata con lui e vederlo piangere ogni volta che andavamo via. Cos’altro posso dirvi? Tra i miei ricordi più belli d’infanzia, c’erano le nostre visite. Mio papà era più papà di tanti altri nel mondo reale. Ricordo che le guardie ci consentivano di portare in carcere i miei compiti – fino a dieci pagine – e lui mi aiutava ogni volta. Adesso sfortunatamente non è più consentito. Giocavamo ai giochi di società con mio papà e gli altri compagni di cella che ricevevano visite. Allora potevi parlare anche con altri detenuti che erano nella sala visite. Ricordo che a Pleasant Valley avevamo quest’area all’aperto con dei tavoli di cemento e tanta erba, e mio padre metteva insieme tutti i detenuti e le loro figlie e giocavamo a football, a calcio o giochi di carte. Non dimentichiamo poi della favolosa macchinetta degli snack, che da piccola pensavo fosse qualcosa di gourmet. Tutto ciò che so… lo devo a mio padre e non cambierei nulla, eccetto per il fatto che lo vorrei fuori dal carcere”
Erik e Lyle Menendez stanno scontando una condanna all’ergastolo senza la condizionale per l’omicidio dei loro genitori, Jose e Kitty Menendez, uccisi nell’estate del 1989. I due fratelli, allora giovanissimi, per un po’ si diedero a spese folli, mentre la polizia cercava delle prove per incastrarli. L’amante dello psicoterapeuta di uno dei due andò alla polizia per rivelare che il dottore era in possesso di nastri con le loro confessioni. Così i fratelli furono arrestati. Anche Lyle ha una moglie, ma non ha figli biologici o acquisiti.
