Approdata su Netflix lo scorso 13 marzo, Adolescence si è già affermata come una delle serie più discusse e apprezzate del 2025 sulla piattaforma. Creata da Jack Thorne e Stephen Graham (che interpreta anche il padre del protagonista), ha catturato l’attenzione del pubblico non solo per la potenza drammatica della sua trama – incentrata su un ragazzo accusato di un crimine brutale – ma anche per l’eccezionalità del suo stile visivo: ogni episodio è stato infatti girato interamente in un’unica, lunghissima ripresa. Nessuno stacco, nessun taglio di montaggio: solo la macchina da presa che segue i personaggi in tempo reale, per quattro episodi che diventano un’esperienza quasi teatrale, immersiva, claustrofobica. Ma come è stato possibile realizzare un progetto del genere?
La regia della serie è firmata da Philip Barantini, già noto per aver sperimentato con il piano sequenza nel film Boiling Point, affiancato dal direttore della fotografia Matthew Lewis. In un’intervista a Variety, i due hanno raccontato le difficoltà tecniche e artistiche che si celano dietro una simile impresa:
“Alla fine la domanda era: “Funziona davvero tutto il copione in questo formato?” È una cosa molto specifica, e non vuoi forzare qualcosa per farla funzionare. Il nostro sceneggiatore, Jack Thorne, è stato estremamente collaborativo e voleva sapere dove le cose non funzionavano. Io o Phil gli scrivevamo delle email dicendo: “La macchina da presa si muove troppo da sola, e abbiamo bisogno di una motivazione per passare da questo punto a quest’altro.” E lui scriveva delle scene aggiuntive. Durante le prove, riscriveva parti del copione e proponeva nuove idee. Credo sia stata una sfida particolare per lui, una volta capito che non eravamo fuori di testa e che avremmo trattato bene la sua sceneggiatura”.
Contrariamente a quanto avviene in molte produzioni contemporanee, non è stato fatto uso di effetti visivi per unire più riprese. Tutto ciò che si vede è realmente accaduto in presa diretta, con una sola eccezione: una scena in cui la camera attraversa una finestra, impossibile da realizzare senza l’aiuto della CGI. Per il resto, ogni episodio è frutto di una coreografia perfettamente sincronizzata tra cast, troupe e macchina da presa, come è possibile vedere da questo video che racconta il dietro le quinte.
Realizzare una serie in questo modo richiede una pianificazione estrema: ogni scena è stata provata più volte, come in una rappresentazione teatrale, per evitare qualsiasi errore. I set sono stati scelti e adattati in modo da essere percorribili in continuità, e spesso costruiti uno accanto all’altro per simulare lo spostamento da una location all’altra, mantenendo la credibilità della narrazione in tempo reale. La camera è sempre in movimento, ma mai in modo casuale. Barantini e Lewis hanno infatti deciso di evitare l’uso della camera a mano, preferendo la stabilità dei gimbal, per non rendere la visione stancante o confusionaria, soprattutto in ambienti stretti come le cucine o i corridoi delle case e degli edifici pubblici.
Uno dei momenti più complessi da girare è stato il primo episodio, in cui la polizia irrompe nella casa del giovane Jamie Miller, interpretato da Owen Cooper. La scena è stata costruita come una coreografia tra attori e operatore: ogni movimento, ogni battuta, ogni sguardo doveva essere perfettamente calibrato per funzionare in sincronia con la posizione della macchina da presa.
Ancora più ambizioso è stato l’episodio ambientato interamente in una scuola, dove la produzione ha dovuto coordinare decine di studenti, insegnanti, comparse e tecnici:
“È stato un vero incubo. Tutti i ragazzi erano studenti della scuola in cui stavamo girando. L’aiuto regista ha fatto un lavoro straordinario nel coordinare i loro movimenti. Ogni insegnante, quando non era inquadrato dalla camera, diventava a sua volta un aiuto regista, accompagnando i ragazzi da una parte all’altra.”
“Da un punto di vista tecnico, il team video aveva collegato 10 o 12 ricevitori in giro per la scuola, tutti connessi al video village principale. Questo permetteva di avere sempre un segnale stabile. Selezionavano il segnale più forte e passavano da un input all’altro, così il regista e l’aiuto regista potevano vedere costantemente le immagini – e stavamo coprendo un’area davvero vasta, incluso un tratto di strada. In tutti gli episodi, i tecnici del boom sono sempre dietro la mia spalla, o dietro quella di Lee, il mio altro operatore, quindi anche loro dovevano imparare la “coreografia”. C’erano persone nascoste dietro ai muri e ovunque potessi immaginare. Il posizionamento era fisso, così sapevamo esattamente dove guardare. Non c’era spazio per l’improvvisazione. Sono pochissimi i momenti in cui ci siamo potuti permettere delle variazioni”.
Il culmine arriva nella parte finale della puntata, quando la camera si aggancia a un drone che si alza in volo e atterra in un parcheggio, dove ritroviamo il personaggio di Graham. Una sequenza spettacolare, aggiunta su richiesta dei produttori a pochi giorni dalle riprese, e realizzata in extremis con un’intuizione tecnica ingegnosa.

Il piano sequenza, in Adolescence, non è solo una scelta stilistica: è una vera e propria dichiarazione di intenti. Seguendo i personaggi senza interruzioni, lo spettatore viene trascinato nel vortice emotivo della storia. Non c’è spazio per il respiro, non c’è montaggio a offrire distacco. Tutto accade sotto i nostri occhi, in tempo reale, in un crescendo di tensione che riflette perfettamente la condizione psicologica dei protagonisti. Questo stile narrativo accentua il senso di impotenza, di frustrazione, di destino ineluttabile che accompagna la vicenda di Jamie e del padre Eddie.
Con soli quattro episodi, che abbiamo cercato di sviscerare nella nostra recensione, Adolescence riesce a raccontare non solo un caso di cronaca, ma un’intera dinamica sociale: quella di un’adolescenza fragile, a rischio, influenzata da dinamiche familiari, scolastiche e culturali. E lo fa attraverso un linguaggio visivo che abbatte la barriera tra finzione e realtà. È una serie che si guarda tutta d’un fiato, ma che lascia addosso una sensazione di inquietudine duratura, anche grazie a un approccio tecnico che, più che un esercizio di stile, diventa parte integrante del racconto.
Se avete ultimato la visione di Adolescence e vi state ancora interrogando sullo straziante epilogo della serie, vi consigliamo di leggere la nostra spiegazione del finale della miniserie Netflix.
