Giovanni Bagnasco, nuovo volto dell’intrattenimento, visto nei panni di Ippolito all’interno della serie Sky L’arte della gioia, tratta dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, si è raccontato in una lunga intervista al Corriere, raccontando le sue difficoltà e turbamenti. Bagnasco, infatti, è affetto dalla sindrome di Treacher – Collins, una malattia genetica rara che causa difficoltà respiratorie e pesanti deformazioni facciali.

All’interno dell’intervista al Corriere della Sera, il giocane, alla sua seconda esperienza in assoluto come attore (nella vita fa il giardiniere a Chianciano) dichiara di essere riuscito, dopo tanto penare, a emanciparsi dal peso che gli sguardi della gente, intrisi di stupore e pietismo, gli hanno per anni caricato sulle spalle: “sono un ragazzo come tanti, la parola ‘mostro’ non mi ferisce più”
“Potrei scrivere un libro sugli sguardi. Sono stato guardato in così tanti modi… Conosco la sensazione di chiedermi: chissà che pensa? Ormai, non m’importa più, ma da piccolo, anche il non detto faceva male. E ora, in un microsecondo, ho già più o meno capito che tipologia di persona ho di fronte”
Naturalmente, anche la sfera affettiva ha a lungo risentito di queste insicurezze, ma alla fine, come nelle migliori storie, l’amore ha trionfato
“Da piccolo, me ne stavo rifugiato nel mio mondo interiore, leggevo, scrivevo racconti fantasy. Fino alla prima liceo, “tutto bene”, anche se la bimba che mi piaceva c’era e non piacerle mi sembrava qualcosa di enorme. Molti venivano a chiedermi che avevo, tipo: ma ti sei bruciato? Hai avuto un incidente? È un male contagioso? Verso i 15 anni, mi piaceva una coetanea che mi rifiutava, ma scoprire di saper andare a tempo su una base mi ha fatto sublimare il rifiuto e mi ha aperto alla compagnia degli altri. [Poi] ho ricevuto tanto di quello che, a lungo, non avevo ricevuto, e ho dato, anche”
Una consapevolezza di sé che ha aiutato il giovane ad immedesimarsi nel ruolo di un personaggio isolato e abbandonato, anche grazie all’aiuto della regista Valeria Golino
“In Ippolito potevo mettere tutto quello che ribolliva in me: Mentre sul set giravo le scene più violente, sono andato con la testa a momenti che ho vissuto [in adolescenza]. [Lei] credo che sia magica e abbia qualche potere strano perché, senza che le chiedessi nulla, mi ha detto quello che avevo bisogno di sentirmi dire: ‘Il personaggio non è stupido, non ha disturbi cognitivi, è solo stato isolato per tanto tempo in una stanza’”
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In chiusura, Bagnasco lancia un appello a tutti quelli come lui e – stuzzicato su Adolescence – analizza a suo modo il fenomeno incel
“Se ti poni il problema del perché, sprechi solo energia. Di positivo, c’è che questa cosa mi ha permesso di sentirmi affine a chi affronta l’assurdo: io amo i bambini abbandonati, le vittime di razzismo o di omofobia… Alcuni si lasciano agire da quella rabbia che ti fa dire: “ca..o guardi?” E “io vi odio”. Invece, io so che non mi è successo niente di grave. Il punto è assumersi la responsabilità della propria felicità. Fare la vittima non ti renderà felice. Tanti ragazzi si vedono brutti anche se non lo sono, e questo diventa odio verso le donne. I media alimentano l’idea che le donne amino gli uomini fatti in un certo modo, ma sono cavolate che creano persone che non sanno vedersi davvero. Io sembrerei molto più brutto se stessi sempre a disperarmi. Siamo tutti belli, se troviamo la nostra bellezza interiore”
Della condizione che vive Bagnasco, la Sindrome di Treacher Collins, si parla dettagliatamente nel film Wonder, tratto da una storia vera e uscito nel 2017.
