La serie: Murderbot, 2025. Murderbot, 2025. Diretto da: Chris e Paul Weitz.Genere: Fantascienza, Commedia, Dramma.Cast: Alexander Skarsgård, Noma Dumezweni, David Dastmalchian, Tamara Podemski, Tattiawna Jones, Sabrina Wu, Akshay Khanna. Durata: 10 episodi da circa 25 minuti. Dove l’abbiamo visto: In anteprima su Apple TV+, versione originale con sottotitoli.
Trama: In un futuro dominato da megacorporazioni, un’unità di sicurezza cibernetica riesce a liberarsi del controllo umano e a ottenere il libero arbitrio. Ma invece di ribellarsi, decide di fingere obbedienza e passare il tempo a guardare serie TV. Inviato in missione con un gruppo di scienziati idealisti, dovrà confrontarsi con la noia, l’irritazione… e forse anche con una forma di empatia.
A chi è consigliato? A chi cerca una satira sci-fi inedita, riflessiva e inaspettatamente tenera. Ideale per fan di Resident Alien o Upload. Meno indicato per chi vuole azione o comicità esplosiva: Murderbot è più un sussurro sarcastico che un’esplosione narrativa.
In un panorama fantascientifico sempre più affollato di robot ribelli, Murderbot trova il suo tratto distintivo in un’idea semplice ma folgorante: e se un cyborg addetto alla sicurezza, una volta ottenuta la libertà, invece di scatenarsi contro gli umani preferisse… starsene in pace a guardare serie TV? Così nasce la storia del SecUnit 238776431, un androide sintetico che, dopo aver disattivato il proprio “modulo di governo”, sceglie il binge watching e la passività al posto del caos e della violenza. Una scelta che lo rende paradossalmente più umano degli stessi umani che è costretto a proteggere.
Un cast bizzarro su un pianeta ostile

Il protagonista, interpretato con impassibilità esilarante da Alexander Skarsgård, viene assegnato a un gruppo di scienziati della Preservation Alliance, una specie di comune progressista interplanetaria che mal sopporta l’idea di “assumere uno schiavo robotico”, ma che è obbligata a farlo per ragioni assicurative. Il gruppo è un miscuglio di personalità bizzarre e relazioni complicate, tra cui spiccano Mensah (una convincente Noma Dumezweni), l’augmented human Gurathin (David Dastmalchian), e un goffo tentativo di throuple amoroso che genera più imbarazzo che comicità.
La forza del protagonista

Skarsgård domina la scena grazie a un tono da narratore interno sarcastico, perennemente infastidito dalla stupidità umana. La sua voce fuori campo è il cuore comico della serie, e brilla soprattutto nell’episodio 4, dove Murderbot crede di essere il protagonista di una sitcom spaziale. Tuttavia, il formato da 25 minuti per episodio – distribuito con cadenza settimanale – penalizza il ritmo. I primi episodi faticano a ingranare e la trama impiega troppo tempo a trovare una direzione chiara, dando l’impressione di un prodotto indeciso tra commedia, satira e avventura sci-fi.
Una storia di Intelligenza Artificiale

Pur tra ironia e battute ciniche, Murderbot solleva domande classiche ma sempre attuali: cosa significa essere umani? È più etico un robot capace di scegliere di non uccidere o un essere umano che non riesce a concepire la libertà altrui? Il protagonista si interroga – o meglio, osserva con disprezzo silenzioso – un’umanità contraddittoria, incapace di coerenza, eppure capace di empatia. La serie riesce a far emergere questi temi in modo sottile, anche se raramente li approfondisce davvero.
Quando manca il focus..

Murderbot sembra soffrire dello stesso dilemma del suo protagonista: ha voglia di essere qualcosa, ma non sa bene cosa. Non è una sitcom, non è un dramma sci-fi e non è del tutto una parodia. La comicità, basata quasi esclusivamente sul contrasto tra il cinismo del protagonista e l’ingenuità del gruppo, si esaurisce presto. Inoltre, molti comprimari sono poco sviluppati e usati come spalle comiche per gag che non sempre funzionano. Quando finalmente la storia prende corpo con la scoperta di una base scientifica massacrata, è ormai tardi per investire emotivamente.
Il cuore di Murderbot

Il vero colpo di genio della serie è l’inserimento della space soap fittizia The Rise and Fall of Sanctuary Moon, amata visceralmente da Murderbot e usata come manuale di comportamento umano. Una serie dentro la serie, con guest star come John Cho e Clark Gregg, che regala alcuni dei momenti più divertenti e stranianti. È nella relazione tra Murderbot e la sua fiction preferita che il personaggio acquista spessore e tenerezza, rivelandosi come un adolescente emotivamente bloccato che impara la vita dalla TV.
Murderbot è una serie affascinante e frustrante al tempo stesso. Parte da un’idea brillante e da un protagonista irresistibile, ma fatica a costruirci intorno una narrazione all’altezza. Le sue riflessioni sul libero arbitrio, sulla solitudine e sull’incomprensibilità dell’essere umano sono spesso solo abbozzate. Non è un capolavoro, ma è una visione piacevole e promettente, soprattutto se avrà modo di espandersi in una seconda stagione meno timida e più centrata.
La recensione in breve
Murderbot, serie di Apple TV+ tratta dai romanzi di Martha Wells, racconta la storia di un androide che, dopo aver ottenuto il libero arbitrio, decide di non ribellarsi ma di isolarsi dal genere umano... e guardare soap opera. Grazie all’interpretazione di Alexander Skarsgård e al tono ironico, la serie diverte, ma fatica a trovare una vera identità. Il formato breve e la struttura episodica limitano lo sviluppo dei personaggi e della trama, lasciando l’impressione di un’occasione parzialmente sprecata. Eppure il potenziale c’è – soprattutto se si punta di più sulla satira e meno sulla goffaggine relazionale.
Pro
- Alexander Skarsgård perfetto nel ruolo di Murderbot
- Premessa originale e intelligente
- L’ossessione per Sanctuary Moon è il cuore comico e narrativo più riuscito
- Riflessioni sottili su umanità e libero arbitrio
Contro
- Ritmo lento nei primi episodi
- Commedia debole al di fuori del protagonista
- Personaggi secondari poco sviluppati
- Trama leggera e dispersiva
- Il formato breve penalizza il coinvolgimento
- Voto CinemaSerieTV
