Il film: Dossier 137, 2025. Diretto da: Dominik Moll.
Genere: Drammatico, Inchiesta, Politico. Cast: Léa Drucker, Raphaël Ferret, Vincent Deniard, Théo Cholbi, Florence Janas, Antoine Chappey. Durata: 1h 44min. Dove l’abbiamo visto: In concorso al Festival di Cannes 2025, in lingua originale con sottotitoli.
Trama: Una funzionaria dell’IGPN – la polizia che indaga sulla polizia – si ritrova al centro di un’indagine delicatissima: un giovane manifestante è rimasto gravemente ferito da un proiettile antisommossa, e le versioni dei colleghi non tornano. Tra interrogatori, silenzi e tensioni interne, la protagonista scopre quanto sia difficile cercare giustizia in un sistema che tende a proteggere sé stesso.
A chi è consigliato? A chi cerca un cinema sobrio, rigoroso e moralmente complesso. Dossier 137 è pensato per chi ama le storie d’inchiesta senza retorica, le atmosfere tese e le riflessioni profonde sul potere e la giustizia. Sconsigliato a chi vuole azione o emozioni facili: qui si indaga centimetro dopo centimetro, in un clima gelido e carico di ambiguità.
Dossier 137, presentato in Concorso a Cannes 2025, è un film che si muove con passo sicuro e inflessibile nei territori del cinema d’inchiesta, scegliendo una forma asciutta e priva di fronzoli per raccontare una verità scomoda: quando è la polizia a infrangere la legge, chi può ancora parlare di giustizia?
Firmato da Dominik Moll e scritto insieme a Gilles Marchand, il film si ispira a fatti realmente accaduti durante le proteste dei gilet gialli in Francia nel 2018. È un’opera che affronta la brutalità della polizia senza mai cadere nel sensazionalismo, optando invece per una narrazione rigorosa, a tratti persino algida, che mette in scena l’indagine interna condotta da una funzionaria dell’IGPN – la polizia che indaga sulla polizia.
Il risultato è un racconto avvolto in una tensione costante, che privilegia il metodo all’azione, la domanda alla risposta, e che accompagna lo spettatore in una discesa nelle zone grigie della legge e della coscienza.
La poliziotta che nessuno vuole

La protagonista, Stéphanie Bertrand (una straordinaria Léa Drucker), è una figura atipica nel mondo dell’ordine pubblico: donna, sola, madre e investigatrice per l’IGPN, rappresenta tutto ciò che i colleghi vedono con sospetto. Il suo lavoro la porta a interrogare poliziotti accusati di violenza durante le manifestazioni di piazza, molti dei quali ritengono di aver solo “fatto il loro dovere”.
Stéphanie non è una figura eroica nel senso classico: è rigorosa, lucida, a tratti severa. Eppure, dietro la sua compostezza, si intravedono cedimenti emotivi, domande che non trovano risposte e un dolore sottile legato al ruolo di outsider in un mondo che tende a proteggere i propri membri, anche quando sbagliano.
Il caso Guillaume Girard

L’indagine centrale del film si apre con la denuncia di Joëlle, madre del giovane Guillaume, colpito alla testa da un proiettile antisommossa LDB durante una manifestazione. Il ragazzo riporta danni cerebrali permanenti, e l’episodio – apparentemente casuale – si rivela ben più complesso di quanto sembri.
Il coinvolgimento emotivo di Stéphanie cresce quando scopre che la famiglia del ragazzo è originaria del suo stesso paese, Saint-Dizier. Quel legame segreto, mai dichiarato, aggiunge un ulteriore strato di ambiguità al suo ruolo: è ancora un’indagine o una missione personale?
Una giustizia che avanza a rilento
Il film abbraccia una struttura rigorosamente investigativa: l’indagine è fatta di incastri, immagini sgranate, interrogatori contraddittori, filmati da cellulare e lunghissime attese. Ogni prova va conquistata centimetro dopo centimetro, in un sistema che sembra ostile alla verità.
Dominik Moll segue il lavoro della protagonista con pazienza quasi ossessiva, escludendo qualsiasi accelerazione narrativa. La suspense non nasce da colpi di scena, ma dalla lenta accumulazione di dettagli e da un’atmosfera tesa, in cui ogni parola può essere un ostacolo o un indizio.
L’ambiguità dell’istituzione
Uno dei temi più forti di Dossier 137 è l’ambivalenza morale dell’intero apparato poliziesco. Gli agenti accusati si sentono traditi, la popolazione non si fida di chi dovrebbe difenderla, e persino all’interno della famiglia della protagonista il conflitto è acceso.
L’ex marito di Stéphanie – anche lui poliziotto – la accusa apertamente di indebolire l’intero corpo di polizia con le sue inchieste. Il figlio Victor le chiede, con innocente disincanto, perché tutti odino i poliziotti. E nonostante lei cerchi risposte, le domande continuano a moltiplicarsi, lasciando lo spettatore in un terreno moralmente instabile.
Vita privata e microfratture
Nei pochi momenti di intimità, Moll ci mostra Stéphanie nella sua quotidianità. Il rapporto con il figlio, le cene silenziose, un gatto randagio accolto in casa – elementi che donano umanità a una figura altrimenti chiusa in un guscio professionale. Ma anche questi frammenti servono a rinforzare il tema della distanza: tra madre e figlio, tra verità e istituzione, tra chi cerca giustizia e chi teme di perderla.
Lo stile scelto da Moll è estremamente sobrio, quasi disadorno. Le emozioni restano sotto traccia, i conflitti esplodono raramente, e anche i momenti di svolta vengono trattati con una compostezza glaciale.
Se da un lato questa scelta conferisce al film un’aria di autenticità e rigore, dall’altro rischia in alcuni passaggi di distanziare emotivamente lo spettatore. Non è un film che commuove o travolge, ma uno che interroga, lasciando il pubblico spesso disarmato, a disagio.
Un finale senza vittorie
Quando la verità viene finalmente a galla, non c’è trionfo. Le prove ci sono, ma il sistema si muove a fatica, tra ostruzionismi e complicazioni giuridiche. Stéphanie resta sola, più stanca e meno certa, mentre intorno a lei le crepe del sistema si allargano.
È un epilogo coerente con l’impostazione del film: niente catarsi, niente chiusura netta. Solo la consapevolezza che anche le battaglie più giuste non portano sempre a un cambiamento.
La recensione in breve
Dossier 137 è un film d’inchiesta freddo, rigoroso e profondamente morale. Dominik Moll costruisce una storia ispirata a fatti reali con estrema attenzione al dettaglio, evitando ogni sensazionalismo. Léa Drucker interpreta una protagonista complessa, emblema di una giustizia fragile e isolata. Nonostante alcune sequenze trattenute possano ridurre l’empatia del pubblico, il film resta un’opera necessaria, che denuncia, interroga e inquieta. Un’indagine che non si chiude, ma che continua ben oltre i titoli di coda.
Pro
- Interpretazione intensa e sfumata di Léa Drucker
- Ricostruzione precisa e realistica del lavoro investigativo
- Riflessione morale sul ruolo e le responsabilità della polizia
- Narrazione coerente, lontana da derive melodrammatiche
- Tematica attuale e universale
Contro
- Ritmo lento e ripetitivo in alcuni tratti
- Alcuni personaggi secondari risultano poco sviluppati
- Il tono eccessivamente sobrio può creare distacco emotivo
- Mancanza di un vero climax o di una svolta narrativa risolutiva
- Voto CinemaSerieTV
