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Home » Film » Recensioni film » Eddington, la recensione: mascherine, complotti e cowboy smarriti

Eddington, la recensione: mascherine, complotti e cowboy smarriti

La recensione di Eddington: Ari Aster racconta un'America impazzita tra pandemia e paranoia, ma il risultato è confuso e disilluso.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana17 Maggio 2025Aggiornato:17 Maggio 2025
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La locandina di Eddington (fonte A24)
La locandina di Eddington (fonte A24)
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Il film: Eddington, 2025. Diretto da: Ari Aster. Genere: Drammatico, Satirico, Western contemporaneo. Cast: Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Emma Stone, Austin Butler, Deirdre O’Connell, Michael Ward, Amélie Hoeferle, Cameron Mann, William Belleau. Durata: 2h 29min.
Dove l’abbiamo visto: In anteprima stampa al Festival di Cannes 2025, in lingua originale con sottotitoli.

Trama: Nell’estate del 2020, lo sceriffo di una cittadina del New Mexico decide di candidarsi sindaco mentre la pandemia, la paranoia e le tensioni sociali sconvolgono la comunità. Tra mascherine rifiutate, proteste razziali e sette terapeutiche, Eddington racconta un’America in piena crisi identitaria, sospesa tra trauma collettivo e delirio individuale.

A chi è consigliato? A chi apprezza il cinema provocatorio, gli affreschi sociopolitici ambiziosi e le opere autoriali che sfidano le convenzioni. Sconsigliato a chi cerca coerenza narrativa, ritmo serrato o un’emozione lineare: Eddington è caotico, cerebrale e disturbante, ma anche profondamente stimolante.


Dopo aver sconvolto il cinema horror con Hereditary e Midsommar, e dopo essersi avventurato nei territori della psicanalisi più personale (ma con risultati decisamente discontinui e non apprezzati da tutti) con l’odissea edipica di Beau Is Afraid, Ari Aster torna con il suo film più ambizioso e divisivo: Eddington. Presentato in concorso a Cannes 2025, il film è una satira grottesca, un dramma pandemico, una sorta di western esistenziale e un collage paranoico sulla dissoluzione del tessuto culturale americano.

Aster tenta di incapsulare tutte le storture ideologiche e morali dell’America contemporanea in un unico racconto ambientato nel New Mexico, nel pieno dell’estate del 2020. Il risultato? Affascinante, inquietante, ma spesso caotico e frustrante.

Cronaca di un collasso collettivo

Una scena di Eddington (fonte A24)
Una scena di Eddington (fonte A24)

Eddington prende il nome da una cittadina immaginaria del deserto statunitense, teatro di una spirale discendente che riflette quella dell’intera nazione. Il protagonista è Joe Cross, sceriffo locale interpretato da Joaquin Phoenix, un uomo esausto, astmatico e stanco del mondo, che rifiuta di indossare la mascherina e decide – per stizza più che per ideologia – di candidarsi sindaco contro l’attuale primo cittadino, Ted Garcia (Pedro Pascal).

Siamo nei giorni delle prime proteste per l’uccisione di George Floyd, nel cuore del lockdown, quando le città sembravano svuotarsi non solo fisicamente ma spiritualmente. Aster trasforma questo contesto in un vero teatro dell’assurdo: mascherine vissute come museruole, complotti su internet, rabbia compressa che esplode nei modi più bizzarri e pericolosi. Eddington si trasforma in un incubatore di tutto ciò che non va con gli Stati Uniti di oggi, e nel suo piccolo si fa esempio universale di tutto ciò di cui dovremmo aver paura.

La pandemia come detonatore, non come tema

Una scena di Eddington (fonte A24)
Una scena di Eddington (fonte A24)

Il COVID-19 non è il vero soggetto del film, ma il detonatore che fa saltare tutto. In Eddington, la pandemia rappresenta un punto di non ritorno, il momento in cui l’America ha smesso di riconoscersi (o in cui, purtroppo, a cominciato a riconoscersi davvero). Joe, con la sua retorica confusionaria e la grammatica sballata, è l’incarnazione di una generazione di uomini disillusi che si aggrappa a un’idea di controllo ormai perduta. Ma Aster non costruisce un semplice ritratto di un antieroe: intorno a lui prende forma un intero ecosistema impazzito, fatto di influencer improvvisati, guru spirituali, giovani attivisti woke e madri complottiste. Ogni personaggio diventa un estremo grottesco, ma che ha completamente senso di esistere nella Eddington costruita da Ari Aster come modello di un’America così terrificante.

Uno degli aspetti più sorprendenti – e convincenti – di Eddington è la sua capacità di colpire a destra e a sinistra. Aster non risparmia nessuno: prende in giro la sinistra liberale, ritratta come un esercito di giovani bianchi benestanti che si autoproclamano rivoluzionari più per trovare follower sui social ma senza comprendere davvero la realtà che vogliono cambiare; contemporaneamente mostra come la paranoia cospirazionista della destra abbia contaminato anche i cittadini più insospettabili, rendendoli suscettibili alle teorie più assurde.

Il problema dell’eccesso

Una scena di Eddington (fonte A24)
Una scena di Eddington (fonte A24)

Il limite principale del film è proprio quello che ne costituisce anche lato più affascinante: la sua ipertrofia. Aster cerca di dire tutto, ma finisce per non approfondire quasi nulla. Il trauma personale di Louise (Emma Stone), la moglie fragile e disturbata di Joe, è gestito con frettolosità, e la sua deriva verso una setta di presunti “guaritori spirituali” (capitanata da un sinistro Austin Butler un po’ sprecato nel ruolo) sembra un elemento incollato più che integrato. Altri personaggi, come il poliziotto Michael (Michael Ward) o l’attivista Sarah (Amélie Hoeferle), sembrano funzioni narrative più che esseri umani. Le loro storie partono, ma raramente arrivano. La sensazione è che Aster abbia imboccato troppe strade, perdendo così di vista il percorso centrale.

Visivamente, Eddington alterna momenti di grande forza a soluzioni più banali. La regia di Aster, che che aveva trovato una personale unicità nei suoi primi due film, resta incerta. Alcune sequenze rimangono impresse – come quelle ambientate nel paesaggio desertico, che ricordano momenti iconici da film western – ma il film manca della coerenza stilistica e simbolica di Hereditary e Midsommar.

Il sogno americano, alla fine della corsa

Una scena di Eddington (fonte A24)
Una scena di Eddington (fonte A24)

In definitiva, Eddington è più una mappa dei disastri culturali americani che un film compiuto. È un’opera che pulsa di rabbia e disillusione, che osserva con sguardo ironico ma partecipe un Paese che ha smesso di riconoscere sé stesso. Aster ascolta il battito cardiaco dell’America post-pandemica, e ne restituisce un’eco distorta, malata, ma stranamente familiare. Più che offrire risposte, lancia segnali di allarme. Eddington è un grido soffocato, una diagnosi confusa ma sincera di una nazione in crisi permanente, a cui però sembra non esserci alcuna soluzione.

Il finale di Eddington rappresenta forse la sua dichiarazione più cinica ed efficace. Nella parte conclusiva, Aster mette in scena una distorsione grottesca del mito fondante degli Stati Uniti: il sogno americano. La parabola di Joe Cross – sceriffo fallito, marito tradito, politico improvvisato – si consuma nell’unica biforcazione possibile in questo universo malato: o muori, magari trafitto proprio da quelle armi che in teoria dovrebbero difendere la libertà individuale, oppure vieni elevato a eroe, diventando un improbabile self-made man. Ma non c’è gloria, né redenzione. La figura dell’eroe, in Eddington, è svuotata, costruita su rovine morali e travestita da trionfo.

Detto questo, dopo due ore e mezza di visione, la gelida follia di Midsommar e la precisione emotiva di Hereditary mancano più che mai, proprio perché si scontrano frontalmente con la confusione stilistica e l’ingordigia tematica di questo suo ultimo film. Il nostro desiderio, lo ammettiamo senza vergogna, è che Ari Aster torni proprio a quello: al terrore controllato, simbolico e chirurgico che lo ha reso uno dei registi più interessanti degli ultimi anni.

La recensione in breve

6.5 Caotico

Con Eddington, Ari Aster tenta di costruire il suo film più ambizioso: una satira sociale, un western pandemico, una riflessione sulla deriva morale dell’America contemporanea. Il risultato è un’opera visivamente affascinante, narrativamente dispersiva, spesso lucida ma raramente coerente. Alcuni personaggi, come quello interpretato da Emma Stone, sono sottoutilizzati; molte sottotrame restano in sospeso. Tuttavia, il film riesce a trasmettere con forza un senso di disagio diffuso e autentico.

Pro
  1. Ritratto audace e originale dell’America post-pandemica
  2. Satira politica e culturale efficace e provocatoria
  3. Alcune sequenze memorabili e visivamente potenti
  4. Ottima colonna sonora, capace di amplificare il senso di inquietudine
  5. Joaquin Phoenix riesce a incarnare il caos interiore del protagonista con sfumature comiche e tragiche
Contro
  1. Eccesso di trame e sottotrame poco sviluppate
  2. Alcuni personaggi (Emma Stone su tutti) sacrificati a favore del messaggio
  3. Narrazione discontinua, soprattutto nella seconda parte
  4. Manca la compattezza e la precisione simbolica di Hereditary e Midsommar
  5. A tratti più un saggio audiovisivo che un vero film
  • Voto CinemaSerieTV 6.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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